La sua musica veniva dal cuore

Se ne va portandosi dietro un solo sogno irrealizzato: «Mi piacerebbe perdere 45 chili». Ci ha provato in tanti modi, eliminando malinconicamente il vino e rinchiudendosi ciclicamente nei centri benessere, ma la pace duratura con la bilancia resta l’utopia impossibile della sua vita leggendaria. Tutto il resto, tutte le grandi aspirazioni che da uomo ha cullato, Big Luciano le ha toccate con mano. È questa, forse, la vera consolazione che può accompagnarlo e dargli pace, nel momento della partenza. Un privilegio concesso a pochi. Troppi uomini sognano invano, senza mai chiudere il cerchio di un sogno realizzato.

La prima delle sue idee più romantiche, il bel canto, Pavarotti la vede materializzarsi già da giovane. E questa, in fondo, è la storia risaputa. Aiutato e sostenuto dal padre fornaio - «che aveva una voce anche più bella della mia», racconterà schernendosi il tenore -, il talento modenese non impiega molto ad insediarsi sul trono della grande lirica. Poi, è un inarrestabile crescendo di fama e successo, di onori e ricchezze. Ma mentre tutto questo si srotola ai suoi piedi, fuori dal teatro il pachidermico tenore insegue altri sogni, più intimi e più travagliati.

Ancora in gioventù realizza quello di una famiglia grande e solida, compatta e solidale. Sua moglie, Adua Veroni, diventa mamma delle sue tre figlie e manager del suo immenso patrimonio. A Modena dicono che nelle faccende amministrative sia lei a portare i pantaloni. Il legame è forte e indissolubile. Fino a prova contraria.

E questa prova contraria si presenta puntualmente un giorno del 1994. Quel giorno, un’hostess un poco imbranata, viso pallido e occhialini da studentessa secchiona, apre una porta del «Pavarotti International», la tradizionale manifestazione benefica organizzata a Modena dall’artista, e sbatte letteralmente contro il monumento del bel canto. E tu chi sei, io sarei Nicoletta Mantovani, e che ci fai qui, io mi sto laureando e nel frattempo faccio qualche lavoro... Eccetera, eccetera, eccetera. Qualche tempo dopo, l’hostess timida e impacciata è la segretaria ufficiale di Pavarotti. Nel 1996, il settimanale Chi pubblica le foto in esclusiva mondiale dei due che si scambiano effusioni nel mare delle Barbados. A prima vista, non sembra una riunione di lavoro. Nicoletta non sta sbrigando mansioni di segreteria. Per la verità, i due non provano nemmeno a inventare astruse spiegazioni. Anche perché, subito dopo, arriva anche la notizia della separazione tra Big Luciano e la moglie Adua. A costo di distruggere l’indissolubile matrimonio e far saltare sulla sedia mezzo mondo, Pavarotti decide di realizzare un altro sogno: andare là dove lo porta il cuore, tra le braccia e tra i sogni di una ragazza più giovane delle sue tre figlie.

Purtroppo i sogni costano. Fatica, dolore, tensioni. Qualche volta, persino denaro. Il sogno di andarsene da casa costa alla leggenda della lirica un mezzo patrimonio. E non è un modo di dire. Dopo una lunga guerra di nervi e di avvocati, il signor Luciano e la signora Adua riescono a trovare un accordo, ma forse sarebbe meglio definirlo la fine di un disaccordo, ad un valore che si aggira sui settanta miliardi di lire. Lei ne chiedeva 200. È comunque una fine amara e avvelenata. E non è nemmeno l’unica mina che Pavarotti incontra sul suo invidiato cammino. Ad un certo punto, anche lo Stato italiano gli presenta un conto salatissimo. L’accusa è di evasione fiscale, grazie all’escamotage della residenza a Montecarlo. Pavarotti ci resta malissimo. Si sente tradito dal suo Paese. Lui, che l’ha portato agli onori in tutti gli angoli del pianeta, suscitando applausi e ammirazione per quel marchio italiano in salsa modenese, suadente melodia di motori ruggenti e di lirica sopraffina. «Ho sempre pagato le tasse nei Paesi in cui lavoravo» dice Pavarotti. Non c’è prova.

«Lui non è un evasore, ma un eversore: quando non paga le tasse, ne fa pagare di più agli altri cittadini italiani», rispondono gli 007 del fisco. Gli arretrati ammontano a 50 miliardi. Per chiudere la penosa vicenda, ancora una volta devono lavorare molto gli avvocati. Nel Duemila c’è l’accordo, che di nuovo sarebbe meglio chiamare fine del disaccordo, sulla cifra sbalorditiva di 25 miliardi. L’accigliato tenore paga e si mette il cuore in pace. «Pazienza. Non avrò più i soldi per vivere la vecchiaia che mi ero ripromesso. Ma si va avanti lo stesso. La musica e il pubblico che mi ama sono beni preziosissimi: nessuno, né lo Stato, né il fisco, né gli invidiosi, potranno levarmeli mai».

Dopo aver barcollato, il gigante della lirica riprende però la sua strada, lungo il personalissimo itinerario di umane felicità. Artisticamente, si toglie tutte le soddisfazioni e realizza tutti i progetti più inverosimili: canta con i grandi tenori del mondo, ma canta anche con i re della musica moderna, gente musicalmente agli antipodi come Zucchero e la Pausini. Canta il classico e canta il moderno, divertendosi nelle acrobatiche contaminazioni degli stili, al limite della geniale provocazione. Si spende molto nelle esibizioni a carattere benefico, raccogliendo somme consistenti per gli sconfinati territori della miseria. Coltiva divertito i sogni infantili, meglio chiamati hobby, come il cavallo e il tifo juventino.

Con Nicoletta, intanto, insegue e porta a termine il grande sogno a due di creare figli. A due anch’essi, perché lei è portatrice di gemelli. Purtroppo, la gravidanza presenta subito enormi problemi: è trigemina. Praticamente due embrioni appaiono vivi, mentre il terzo si rivela una «mola», cioè una patologia della placenta. Come spiegano i medici, così solo cinque casi al mondo. C’è rischio, ma Nicoletta e Luciano non hanno dubbi: anche se il sogno comporta pericoli, il sogno va inseguito. Ai primi di gennaio del 2003, in un ospedale bolognese, il conto del destino: nasce Alice, ma il suo fratellino gemello muore senza nemmeno nascere. «Si vede proprio che qualcuno non vuole venga al mondo un altro Pavarotti», commenta amaro il tenore, davanti al suo fiocco rosa e al suo fiocco nero.

La bambina però spazza via in fretta i pensieri da casa Pavarotti. «Nicoletta è la mia regina, Alice la principessa», racconta ai settimanali del ramo l’intenerito papà. E perché non si dica che la famiglia è bislacca, il giorno di Santa Lucia, sempre del 2003, padre e madre convolano finalmente a nozze, in un tripudio modenese di grandi invitati, bei vestiti e musica altisonante. Avrebbero preferito in chiesa, ma devono limitarsi al rito civile nel teatro della città: le procedure del divorzio non permettono sconfinamenti.

Il sogno di invecchiare accanto ad una moglie più giovane delle prime figlie, accanto ad una bambina più piccola della prima nipotina: questo comincia a coltivare, all’alba dei settant’anni, Big Luciano. Declinando la carriera, progetta anche di insegnare gratuitamente ai giovani. Purtroppo, nel giro di pochi mesi, interviene qualcosa più forte di lui. Qualcosa che i sogni umani si diverte a giocarseli e a umiliarli. Un killer chiamato cancro. Un mandante chiamato destino. Tutto il resto è già memoria.

Artista fenomenale, che ha cantato le cose più alte nei luoghi più aristocratici del mondo, alla fine ci ritroveremo a ricordarlo per un dettaglio elementare. Un gesto banalissimo, il lampo fulmineo di una gigantesca epopea. Adesso che canta altrove, Big Luciano risuonerà sempre nelle orecchie degli italiani con un semplice ed irripetibile acuto: quel Vincerò spaccavetri, forte e soave. Come una sigla nazionale che emozionava tutti quanti, parrucchiere e nobildonne, stradini e professori, nipoti e vecchi nonni. Quel Vincerò che in fondo, nella vita, gli è riuscito quasi sempre.