«La sua svolta non paga: il centro non esiste più»

Carlo Buttaroni, responsabile della ricerca: «I tempi sono cambiati, la gente vuole semplificazione»

da Roma

«Quasi quasi mi butto a sinistra», diceva Totò. Pier Ferdinando Casini invece, stando al sondaggio dell’Unicab, se non vuole perdere fette consistenti di elettorato non può nemmeno buttarsi al centro. «Perché il centro oggi non esiste - spiega il responsabile della ricerca, Carlo Buttaroni -. Il bipolarismo si è ormai consolidato e non c’è più spazio per un terzo polo. Prima che politico, è un problema di marketing, di domanda e offerta».
O di qua o di là?
«Esatto. Non siamo più ai tempi della Prima Repubblica, quando i partiti condizionavano l’elettorato, ora è il mercato a condizionare le scelte politiche. O si sta nel centrodestra, o si passa al centrosinistra, la gente vuole una semplificazione. E se il partito democratico appassiona ma divide, il partito della libertà scalda meno i cuori ma incontra meno difficoltà».
Eppure, secondo una rilevazione dell’Ipr, il 25 per cento degli italiani voterebbero per un Grande Centro.
«Ho visto, ma non mi risulta. Del resto nel 1994 Segni e Martinazzoli rastrellarono appena il 14 %».
E se Casini va avanti lo stesso, cosa può succedere nell’Udc?
«Politicamente non so. Però immaginiamo che Casini sia un attore di teatro con dieci spettatori e che dica “usciamo dalla Cdl”: cinque applaudono, quattro fischiano, uno tace. Poi rilancia. “Ci presentiamo da soli”, e a battere le mani sono in sei. Se infine lancia l’idea di formare un terzo polo, gli applausi sono solo quattro».
Dunque il partito non lo segue?
«Facciamo un altro esempio e inquadriamo la questione dal punto di vista industriale. Si riunisce il consiglio di amministrazione di una grossa società e l’amministratore delegato Casini propone di cambiare il prodotto. Ma siccome, stando al nostro sondaggio, al quaranta per cento dei possibili acquirenti questo nuovo prodotto non piace, gli azionisti chiederebbero all’ad di cambiare strategia o di dimettersi».
Si potrebbe obbiettare che il cambio potrebbe aprire nuovi mercati e portare nuovi acquirenti...
«Sarebbe come una piccola industria che entra in una più grossa. S’indebolirebbe e perderebbe potere».
L’Udc quindi non ha scelta?
«I numeri dicono di no. Del resto è un partito che ha tra il 2001 e il 2006 ha raddoppiato i suoi voti. Il segretario Follini incarnava una linea critica, contestava la leadership di Berlusconi, ma non ha mai detto di voler uscire dalla Cdl».
Non potrebbero diventare, con pochi seggi, l’ago della bilancia?
«I due forni non funzionano più».