La sua vera opera fu la vita

Da qualche tempo, più siamo costretti dalle incombenze giornalistiche ad occuparci dell’attualità di questo o di quello scrittore poeta artista, e più ci vien voglia di benedire l’inattualità, in tutte (o quasi) le sue espressioni. L’Italia, si dice, è un Paese che dimentica in fretta i suoi grandi uomini. D’accordo: e se, qualche volta, fosse un bene? Tutti questi grandi hanno tanta voglia di essere inchiodati all’attualità? Perché, ora che riposano in pace, dobbiamo richiamarli a convegni, tavole rotonde, commemorazioni? Non dovremmo, piuttosto, essere noi a scendere nel segreto del loro riposo?
Sono trent’anni che Pier Paolo Pasolini se ne sta sulla soglia dell’oltretomba, a sopportare che si parli a suo nome, sotto la sua ala, alla sua ombra. Pasolini ci ha notificato una volta per tutte la fine di una civiltà immensa, morta senza un lamento, l’ultima civiltà veramente europea. Sceso a Roma dal Friuli, con questo gesto lo scrittore dichiarò chiusa un’epoca. La sua Roma moderna e millenaria, spavalda e miserabile, post-dolce vita, periferica, gli fu data in prestito da Sergio Citti. Lui la usò per consegnarci il ritratto di un Paese alla deriva, piccolo e arruffone, governato da ladri di polli ma anche terribilmente complicato. Pur essendo un vero animale politico, non credette molto alla politica, e di questo gli sia reso merito.
Ma la mano che opera il ritratto è quella di un artista decadente. Ogni volta che rileggo un testo pasoliniano o rivedo un suo film, questa matrice estetizzante risulta sempre più chiara. Il rimpianto del mondo contadino (che per fortuna è un rimpianto intellettuale, non un piagnisteo) è quello di un uomo che se ne sta da questa parte della tomba, e che da quel mondo non ha ricavato nessuna categoria, nessuno strumento di lettura del mondo attuale.
Gli strumenti, quelli veri, gli vengono - come detto - dall’estetica decadente, tant’è che la sua vera opera d’arte fu la sua vita, che è, insieme con il libro che più aderisce al suo programma di vita - il suo unico, grande libro, occasionale come la vita, gli Scritti corsari - quello che più ci piace ricordare di lui. I suoi romanzi sono finti e noiosi (compreso, sì, anche Ragazzi di vita), la sua poesia quasi mai efficace, almeno come poesia, il suo cinema è datato, il suo teatro pedante. I diversi generi artistici che praticò hanno percorso vie diverse dalle sue, i diversi linguaggi si sono sviluppati senza nessi con la sua opera.
Anche il suo mondo è finito. Figlio dell’Italia cattolica e contadina, Pasolini riconobbe che quell’Italia scorreva ancora nelle sue vene ma come un sangue che non porta più nutrimento al corpo. E che il nuovo mondo nasceva privo di radici, privo di un passato e perciò impreparato a qualsiasi futuro. La sua posizione «reazionaria» di fronte alla contestazione studentesca del ’68 si può leggere così. Il nostro presente non ha più nulla a che fare col suo, la sua Italia cattolica non è la nostra, africana e cinese. Quello che rimane è il modello di intellettuale elitario (l’uomo medio per lui è «un pericoloso mostro»), polemista, passatista - la critica del nuovo è materia da intellettuali, no? - da lui incarnato e che da lui discese a formare i futuri intellettuali italiani.
Perché, allora, non lasciarlo libero di andarsene nella sua totale inattualità, per riscoprirlo magari a poco a poco - una frase, un verso, un’osservazione per volta -, regalando a noi stessi la possibilità di inventare un po’ di futuro senza di lui?