Suarez: «Sarà la partita dell’orgoglio catalano»

Sbucando sul prato del Camp Nou, stasera, gli interisti dovrebbero indirizzare lo sguardo in alto, verso il secondo anello dello stadio e le tribune. Dicono gli storici che la struttura costò, tra progetto, messa in opera e collaudo, venticinque milioni di pesetas, erano gli anni Sessanta, in lire facevano duecentocinquanta milioni, mica nacchere, per la Spiana un monton di soldi. Era la cifra che Angelo Moratti versò al Barcellona per rilevare le prestazioni di Luis Miramontes Suarez, galiziano di La Coruña. Aveva ventisei anni anche se la brillantina sui capelli e l’espressione seriosa lo facevano sembrare più maturo. Italo Allodi lo portò a casa e la sera stessa dell’arrivo, a Milano, il figlio di un macellaio di La Coruña, non soltanto scoprì l’Inter ma una bionda di nome Valentina: «Ecco, ti presento il più grande calciatore del mondo», disse Allodi. Valentina Suarez ne parla, con orgoglio, come se fosse oggi: «Luis è l’unico spagnolo ad avere vinto il Pallone d’oro, lo ricordi». Ricordato, abbondantemente.
Ma qui Luis Suarez torna utile perché c’è di mezzo il Barcellona, la champions, il Camp Nou e, dunque, una vita, una storia, un’epoca. Quel Pallone d’oro arrivò nell’anno di grazia 1960, Suarez aveva vinto la Liga (la seconda consecutiva) con i catalani all’ultima giornata, stesso punteggio del Real Madrid, stessa classifica negli scontri diretti ma migliore differenza reti, +58 per il Barça, +56 per il Real. La stagione successiva il Barcellona arrivò quarto in campionato, a venti punti dal Real e perse la finale di coppa dei campioni contro il Benfica. Il giorno dopo Luis Suarez sbarcò a Milano, Italo Allodi si era presentato con il libretto (del presidente, por favor)) degli assegni in bianco, i giornali lo definirono «el pibe de oro», i denari erano tanti, Moratti sapeva di spendere sul sicuro, diciannove milioni di ingaggio, a Barcellona il cantiere dello stadio era già attivo.
Stasera Suarez non sarà al Camp Nou, deve riprendersi da un intervento all’anca, la partita di champions gli appartiene per affetto e vita, c’è tutta la sua storia di calciatore, ieri, oggi, domani.
Suarez, che cosa è per uno spagnolo, il Barcellona?
«Per i catalani è tutto, per me che venivo dalla Galizia una grande squadra. Ma ciò che è importante è il loro senso di appartenenza».
Si spieghi.
«È la grande differenza tra il calcio italiano e quello spagnolo. Madrid, Barcellona, Valencia e tutti gli altri club vanno oltre il football, c’è la tradizione, il popolo, anche lo stadio è un luogo di raduno della gente. Chi sentì per primo il respiro europeo fu Saporta al Real, con Bernabeu».
Dunque stasera c’è da aspettarsi il coinvolgimento di una intera regione?
«Sicuramente, sarà la partita dell’orgoglio per Pujol, Busquets, Xavi, Piquet, per Iniesta che viene da Albacete ma da bambino, dunque è catalano d’adozione».
Che cosa prevede?
«Il desiderio è che vadano avanti entrambe, per affetto. Arrivai al Barcellona quando era già un club affermato, conosciuto nel mondo. Con l’Inter, famosa soltanto in Italia, partecipai alla creazione di un grandissimo gruppo e conquistai titoli che non avevo raggiunto in Spagna».
Il suo Barcellona era più forte di quello di Guardiola?
«Giocava un calcio più arioso, veloce, tutti andavano alla ricerca del gol, questo è più sudamericano, piccoli tocchi. Altri tempi, pensi, andavamo al campo in tram».
E l’Inter di allora? Quella di oggi?
«La mia Inter non aveva un centravanti internazionale, il comenda (Moratti, Suarez lo cita sempre così - ndr), cercò di portare a Milano Gigi Riva ma poi non se la sentì di toglierlo alla Sardegna. Peirò, Domenghini, Cappellini, Milani, erano le nostre punte, a turno. Eravamo completi, sapevamo quello che volevamo ottenere e tutti, dico tutti, lo ottenevamo, in ogni reparto c’era un uomo con un ascendente sugli altri, Picchi il primo fra questi. E poi c’erano tre persone che contavano: il comenda, Allodi, l’allenatore. E basta».
D’accordo, ma oggi?
«Questa, per ragioni storiche, punta sul fisico, ha minore qualità tecnica, è capace di offrire momenti di grande calcio ma si tratta di episodi».
Ci sono differenze tra Mourinho e Guardiola?
«Guardiola è un catalano, dunque è più protetto di Mourinho ma, al di là dei risultati, ha dato alla squadra un gioco spettacolare. L’Inter non ha ancora raggiunto questo livello ed è attesa al risultato internazionale».