Il subappalto degli affetti

Il Corriere della Sera ha pubblicato un servizio sui manager che passano in ufficio anche settanta ore la settimana, in sostanza dei drogati di lavoro che sfuggono il mondo e così pure le responsabilità affettive verso gli altri e nondimeno verso loro stessi. Aggiungeremmo due osservazioni. La prima è che molti di loro, e di noi, alla dolosa mancanza di tempo sommano una pochezza di relazione scolpita dalla tecnica: i bancomat al posto di un bancario, il self-service al posto di un benzinaio, il distributore al posto di un tabaccaio, il telepass al posto di un bigliettaio, una labirintica segreteria al posto di una signorina, grandi magazzini al posto di un commesso, acquisti via internet al posto del mischiarsi alla pazza folla. Seconda osservazione: tanti drogati da superlavoro sono ormai disposti a sopperire all’affettività che negano agli altri e a se stessi in un modo molto semplice: pagando. Non tanto arricchendo psicologi o guru o prostitute, ma assumendo prestatori di attenzione e di assistenza per gli altri: persone che accudiscono i bambini o gli anziani, allietano o curano i malati, i disabili, e parlano con loro, fanno comunque delle cose per conto terzi, portano giù persino il cane al posto loro. La responsabilità affettiva sta celermente passando all’economia di mercato.