«Subisco un processo ingiusto ma la Turchia entri in Europa»

Il giornalista Hrant Dink domani sarà di nuovo alla sbarra per aver scritto del genocidio armeno

Marta Ottaviani

da Istanbul

Tre processi in un anno e mezzo. Hrant Dink, giornalista e scrittore armeno, direttore del settimanale Agos, domani dovrà comparire in aula a Istanbul, perché avrebbe infranto l’ormai celebre articolo 301 del nuovo codice penale, che punisce l’offesa all’identità turca. La sua colpa è aver parlato del genocidio armeno del 1915, che la Turchia non ha mai riconosciuto. Rischia tre anni di reclusione. Ad accusarlo è Kemal Kerincsiz, avvocato ultra-nazionalista, che ha già portato in tribunale il premio Nobel Orhan Pamuk e la scrittrice Elif Shakaf, entrambi assolti alla prima udienza. Il processo cade in una settimana cruciale per i negoziati di adesione della Turchia all’Ue e a causa di un articolo che proprio l’Europa ha chiesto più volte di modificare. La riunione dei ministri degli Esteri, che si svolge fra oggi e domani e il Consiglio Europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles potrebbero infatti decretare uno stop ai colloqui di adesione. Il Giornale ha intervistato Dink alla vigilia di questo momento difficile per lui e per il suo Paese.
Domani sarà in tribunale per la terza volta in un anno e mezzo, come mai questo accanimento nei suoi confronti?
«Mi sento come uno che subisce un’ingiustizia. Questi sono processi sbagliati e non sono un bell’esempio per la Turchia. La motivazione è sempre stata aver infranto l’articolo 301. Ma io non ho mai offeso il Paese. Purtroppo credo che questo accanimento sia da ricollegare al fatto che io sono armeno e che ho parlato esplicitamente del genocidio del 1915. Una questione che la Turchia non è ancora riuscita ad archiviare».
Prima Orhan Pamuk ed Elif Shafak, adesso lei. Tutti e tre processati a causa dell’articolo 301. Tutti e tre per il genocidio armeno. Perché in Turchia questo argomento è ancora un tabù?
«Perché è una questione irrisolta. Vede, con la nascita della Turchia moderna dopo la caduta dell’Impero Ottomano non è subentrato solo un nuovo Stato, ma anche una nuova cultura e un nuovo modo di essere turco. Il genocidio armeno per una questione storica è qualcosa che si è insinuato in questo meccanismo, come una sorta di lato oscuro nella nuova Turchia moderna ed è qualcosa di cui i turchi hanno paura».
Qual è oggi l’atteggiamento del popolo turco nei confronti del genocidio armeno?
«Secondo me le cose stanno migliorando. Questi processi hanno comunque ottenuto l’effetto di far parlare della questione. Oggi io vedo gente che ha voglia di sapere che cosa sia successo. Ormai la Turchia ha abbracciato la strada della democrazia e sta nascendo una nuova coscienza civile».
Lei viene processato in un momento delicato per il suo Paese sul fronte europeo. Bruxelles preme per risolvere la questione Cipro, ma ha chiesto più volte anche la revisione dell’articolo 301. Tre mesi fa il premier Erdogan si era detto disponibile a modificarlo. Lei è noto non solo per la battaglia per il riconoscimento del genocidio armeno ma anche per la sua lotta contro questo articolo. Come andrà a finire?
«Ho detto più volte che l’articolo 301 va abolito perché non viene utilizzato per punire chi offende lo Stato, ma per andare contro la democrazia. Io credo che prima delle elezioni politiche nel novembre 2007 il governo non farà nulla. Se l’Europa continuerà a premere faranno finta di approntare qualche modifica, una specie di maquillage, ma cambierà poco. E poi comunque io dico che deve essere cancellato. La modifica non basta».
Ma la Turchia deve entrare in Europa?
«Secondo me sì, è necessario e farà bene a entrambe le parti».
A settembre il Parlamento di Strasburgo ha tolto il riconoscimento del genocidio armeno come condizione per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Coma l’ha presa?
«Sarò sincero: non mi ha colpito molto. Vede, quella del genocidio armeno è una questione storica molto dolorosa. Quello che l’Europa dovrebbe fare è favorire il dialogo fra Armenia a Turchia perché possano finalmente confrontarsi».
A ottobre l’Assemblea nazionale francese ha approvato una legge molto contestata nel suo Paese. Chi nega il genocidio armeno rischia conseguenze penali. Lei invece domani potrebbe finire in carcere per aver parlato pubblicamente del genocidio armeno...
«Quella francese non è una buona legge. Bisogna battersi contro chi nega il genocidio. Ma la libertà di pensiero è un diritto universale e non va mai negato in nessun caso. E poi così si sono comportati come i turchi che criticano tanto. C’è una sola strada percorribile ed è quella del dialogo. Sempre».
Ha paura?
«No, sono tranquillo. So di combattare per due cause giuste e continuerò a farlo».