«Subito una legge quadro»

RomaPiano di ricollocazione dei lavoratori obbligatorio per le grandi aziende o comunque quelle che hanno diritto alla mobilità. La proposta di legge è bipartisan, nata per iniziativa di Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, e di Tiziano Treu, ministro del Lavoro dei governi Dini e Prodi, giuslavorista ed esponente del Partito democratico. Treu è il padre della riforma che, insieme alla Legge Biagi, ha regolato per la prima volta il lavoro atipico. Adesso - sostiene - è arrivato il tempo per varare una normativa nazionale sull’outplacement. Renderlo in alcuni casi obbligatorio perché «fa parte della responsabilità sociale dell’impresa».
L’Italia è in ritardo?
«Ci sono normative sui licenziamenti collettivi, quindi procedure per decidere quando si può procedere con gli esuberi, regoliamo le indennità e la mobilità. Però si è fatto pochissimo per accompagnare queste procedure e questi sostegni economici con dei servizi per il reimpiego. Adesso però è diventata una priorità. I servizi alla persona da parte delle imprese sono fondamentali, soprattutto in un mercato del lavoro come quello di oggi».
Perché è diventato un tema attuale?
«Non è un moda, è un’esigenza dovuta all’allungamento delle aspettative di vita. Rispetto a 20-30 anni fa è diventato fondamentale sapere cosa possiamo fare tra i 50 e i 65. Una volta si viveva meno a lungo. Operai che iniziavano a lavorare a 17 anni, a 55 anni avevano completato il loro ciclo di carriera. Ora si vive di più e collocare chi non ha ancora l’età della pensione è diventata una delle priorità».
Il mercato del lavoro italiano è pronto a considerare gli ultra 50enni una risorsa?
«Bisogna vincere molti pregiudizi, in primo luogo quello che chi non è più giovanissimo non ha capacità di imparare. Ci sono studi che dimostrano il contrario. Poi non si può non considerare l’esperienza. È un campo nuovo, riguarda l’outplacement, ma anche le politiche aziendali».
In che senso?
«Se un’impresa non trova il modo di utilizzare al meglio queste fasce di età, si ritrova con dipendenti che attendono passivamente la pensione. Un problema che negli ultimi tempi affligge ad esempio il settore bancario e assicurativo, dove però si stanno anche sperimentando programmi volontari di attivazione dei dipendenti. È finita l’epoca dei prepensionamenti, si cercano quindi servizi per rendere attivi e utili i lavoratori da 50 anni in su».
Lei ha parlato di buone pratiche, quindi non serve solo mettere mano alla legislazione?
«Di leggi sul lavoro ne abbiamo anche troppe. La nostra si è concentrata sui servizi, intesi però quasi esclusivamente come servizi al primo collocamento. L’outplacement è un fenomeno più recente, legato a mercati complessi e difficili, conseguenza diretta del cambiamento tecnologico».
I servizi pubblici al lavoro non funzionano?
«In generale in Italia pesa una debolezza organizzativa, c’è poco raccordo con la formazione. È un vizio che ci portiamo dietro».
Le aziende dovrebbero fare di più?
«Possono contribuire, ma non è un loro compito esclusivo. Tocca ai servizi pubblici anche tramite agenzie private specializzate. È vero che anche i datori di lavoro su questo campo si sono dimostrati miopi. Si limitano a offrire un po’ di soldi al dipendente, spesso pagano buone uscite e incentivi consistenti, ma non offrono servizi per il reimpiego. Con buone politiche di outplacement, a parità di spesa, un lavoratore ha più possibilità di trovare un nuovo lavoro. I benefici sono per tutti».
Lei insieme a Cazzola del Pdl, ha presentato un disegno di legge sull’outplacement. Che cosa proponete?
«È il frutto di una verifica sulle buone pratiche dei principali paesi europei. Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi. Anche Regno unito, ma soprattutto Europa continentale, dove c’è più attenzione alle ricadute sociali della crisi. In generale è sempre meglio prevenirle le crisi, ma non è sempre possibile e quindi bisogna accompagnare gli esodi con servizi per rendere socialmente sostenibile la mobilità. Non è una legge complicata. La novità principale è introdurre l’obbligo per tutte le imprese di fare programmi che prevedano l’offerta di un pacchetto di servizi per i lavoratori in uscita, organizzato da operatori specializzati, pubblici e privati. Quindi servizi all’impiego pubblici, ma anche agenzie private del lavoro che devono avere certi standard. L’outplacement è un’attività professionale piuttosto delicata e secondo noi è un obbligo che fa parte della responsabilità sociale dell’impresa».
In alcune aziende già si ricorre a servizi per reimpiego. Ci sono buone pratiche da segnalare?
«Alcune grandi aziende già si rivolgono a società esterne. Noi vogliamo renderla una prassi diffusa in modo che tutti possano sfruttarla. Serve una qualità certificata dei servizi ed alcune regioni sono già andate in questa direzione. Ad esempio la Lombardia, il Trentino, l’Alto Adige e qualcosa anche la Campania La legge nazionale ha il pregio di centralizzare l’impegno a realizzare politiche per il reimpiego, poi sta alle regioni sostenerle, anche con incentivi ».
Non c’è il rischio che le politiche per il reimpiego finiscano per costare troppo, allo stato o all’azienda?
«Le risorse pubbliche ci devono essere, usate con discrezione. I lavoratori in mobilità già hanno gli ammortizzatori finanziati dal sistema pubblico, anche se purtroppo non sono ancora completi. Se i servizi al reimpiego funzionano è anche un risparmio per il Pubblico. Se il percorso del lavoratore in uscita ha come esito un altro impiego, si allevia anche il costo per il Pubblico».
Quindi l’outplacement può funzionare?
« Sì, ma tutto dipende dalle condizioni economiche. Si possono dare buoni servizi, fare formazione, ma se il mercato non è in grado di assorbire lavoro diventa tutto più difficile».