"Subito il nucleare e nuove grandi opere"

Berlusconi spiega l’agenda del governo su energia, infrastrutture e
giustizia. "Costruiremo il Ponte di Messina e lo realizzeranno ditte
italiane. Useremo ancora l'esercito per difendere i cantieri"

nostro inviato a Porto Viro (Rovigo)

Un lungo giro in elicottero sui nuovi gioielli della Serenissima (il Passante di Mestre, il Mose di Venezia e il rigassificatore al largo del delta del Po). «Sono grandi opere necessarie» dice Silvio Berlusconi appena mette piede a terra. «Ne faremo altre». Il premier è nel Nordest per inaugurare la struttura (prima al mondo ancorata in mezzo al mare) che trasforma il metano liquido in gas, simbolo della «politica del fare» contro la «politica dei veti». È anche l’occasione per rilanciare l’azione del governo nei prossimi mesi.
Berlusconi apre un’agenda fitta di impegni: energia, infrastrutture, federalismo fiscale, riforma del settore pubblico e della giustizia. Un vasto programma per mantenere il consenso del 67,6 per cento degli italiani. «Quando vado a Napoli non posso più girare per strada perché si blocca il traffico. Qualcuno teme che da questi livelli si possa solo scendere, ma non mettiamo limiti alla provvidenza», sorride il Cavaliere. Che guarda al futuro, quasi dicesse che l’Alitalia non è l’unica emergenza nazionale. Lui è fiducioso: «Ho una straordinaria squadra di ministri, mi sembra di essere tornato in azienda».
La preoccupazione numero uno è l’approvvigionamento energetico. Il rigassificatore di Porto Viro fornirà il 10 per cento del fabbisogno di metano e aggiungerà un nuovo mercato, il Qatar, alle forniture russe e nordafricane. Ma non basta. Poco prima, il ministro Claudio Scajola aveva ricordato che la bolletta energetica italiana è di 60 miliardi di euro l’anno. «Siamo il Paese di Enrico Fermi, l’inventore del nucleare - ricorda Berlusconi - eppure noi abbiamo zero centrali mentre i francesi 400 che coprono l’85 per cento del fabbisogno». In primavera sarà presentato un piano energetico nazionale che manca da vent’anni basato su tre capisaldi: diversificazione degli approvvigionamenti, nucleare, energie alternative. «L’Italia recupererà il tempo perduto con il referendum. Ho già un accordo con Sarkozy e Gordon Brown per sfruttare il loro know how e avviare in pochi anni, in Italia o all’estero, impianti nucleari di terza generazione, ormai la fonte di energia più sicura e pulita».
Altra emergenza: le infrastrutture. «Le nostre strade non reggono più, i trafori sono congestionati, la massa di Tir inquina e rende poco sicure le autostrade. Investiremo sull’Alta capacità ferroviaria e costruiremo il ponte di Messina archiviato dal governo Prodi: lo realizzeranno ditte italiane. È finito il tempo in cui poche minoranze locali potevano impedire le opere decise dallo Stato: i blocchi non sono espressione di democrazia, ma spinte anarchiche. Abbiamo usato l’esercito in Campania e lo impiegheremo ancora per difendere i cantieri».
Capitolo bilancio statale. Berlusconi è allarmato dalla crisi americana: «Il Tesoro Usa dovrà emettere titoli del debito pubblico, i tassi di interesse si alzeranno in tutto il mondo e anche noi dovremo remunerare di più i Bot. Per le opere pubbliche bisognerà utilizzare il denaro dei privati. Ma intensificheremo la lotta all’evasione, che qualcuno stima pari a 100 miliardi di euro. Lo faremo con la rivoluzione del federalismo fiscale e introducendo il quoziente familiare: ogni italiano deve pagare tasse giuste e proporzionate al carico familiare». Di pari passo andrà la riforma della pubblica amministrazione: «L’obiettivo del governo è la riduzione verticale dei costi. Il settore pubblico costa a un italiano mille euro più che a un tedesco. È inaccettabile».
Infine, la giustizia. «Il ministro Alfano sta studiando una riforma che presenteremo entro la fine dell’anno. Sveltiremo i tempi della giustizia civile e separeremo le carriere dei magistrati. Sono il recordman universale delle persecuzioni giudiziarie, l’altro giorno i magistrati non hanno sospeso un’udienza cui i miei legali non potevano partecipare perché impegnati in Parlamento. I giudici, che in fondo sono dei funzionari pubblici, profittano della giustizia per ragioni di lotta politica».