Sublimi visioni: l’arte tragica di Kokocinski

Fino al 27 luglio una personale sul geniale artista di origini russe e polacche

«Sono stanco di vivere nella malinconia, vorrei lasciare il mio corpo per fare il vagabondo...», scrive Alessandro Kokocinski, in un grande manifesto disteso ai piedi dell’angelo in vetroresina dalle lunghe ali appoggiato a una bicicletta che accoglie il visitatore nella Sala Regia di Palazzo Venezia. Al centro campeggia un’imponente installazione dedicata a Giordano Bruno. Già aggredito dalle fiamme che stranamente sembrano risparmiare il cappuccio della tonaca, il frate è circondato dai suoi angeli infissi come lui fra sbarre e catene. Lungo le pareti si sgranano, all’interno di edicole, i grandi dipinti (2 metri per 1,5) ispirati al mito di Medea, Ganimede, Andromeda, Prometeo e Pulcinella, anima di Napoli, commedia e tragedia insieme. La penombra che avvolge la sala accentua l’effetto teatrale dell’insieme. Quadri dipinti negli ultimi sei mesi, «lavorando come un pazzo», dice l’artista dalla vita avventurosa. Madre russa, padre polacco, molti anni in Sudamerica, giunge a Roma negli anni i70, ora ha studio a Tuscania nella chiesa di San Biagio.
La mostra «Kokocinski, la potenza dello spirito», a cura di Claudio Strinati, in programma fino al 27 luglio (catalogo Giunti) è l’ultima fatica del pittore di ritorno dalla trasferta al Museo Nazionale a Pechino per la manifestazione «Italia in Cina». Dopo la mostra Trasfigurazione del 2003 nel refettorio quattrocentesco di Palazzo Venezia, una grande installazione a metà tra un polittico e una scenografia teatrale, con scultore dipinte in vetroresina che mostravano tutta la dissipazione della carne (ora all’Auditorium di San Pancrazio a Tarquinia), dopo Angeli del 2005 a Castel Sant’Angelo, pitture su tela e carta, sculture a tutto tondo, altorilievi, scultore policrome su pannelli di legno trattati con rame, piombo e resine acriliche in cui si attenuavano fino a scomparire le tradizionali distinzioni fra le arti, in un continuum di forme e colori, Kokocinski torna alla pittura. E lo fa secondo tradizione, a olio su tela, ispirandosi al mito e a esempi antichi. Da Goya a Velàzquez, a Bacon. Le grandi figure tragiche che abitano l’Olimpo, sovente spezzate, amputate, disgregate, si stagliano sul nero dello sfondo che sembra inghiottirle. Sciabolate di luce, tocchi di colore le accendono di improvvisi guizzi di vita. È una pittura visionaria, impastata di vita e morte, di cadute e di rinascite, fortemente drammatica, una pittura che dà un senso di vertigine.
Palazzo Venezia, via del Plebiscito 118. Orario: tutti i giorni 10,30-19,30, chiuso il lunedì. Fino al 27 luglio. Ingresso libero.