Successo e ovazioni alla Scala per un Jarrett romantico e ironico

Il pianista è tornato nel teatro milanese a distanza di dodici anni. Undici brani e 4 bis, uno dedicato alla moglie, che hanno entusiasmato il pubblico

da Milano

Sarebbe poco delicato sostenere che il malanno da cui fu colpito Keith Jarrett verso la fine del secolo scorso gli abbia giovato. Eppure, la sindrome da affaticamento è stata un campanello d'allarme - Jarrett ha rischiato di smettere l'attività concertistica - di cui l'illustre pianista ha tenuto conto. Parliamo, naturalmente, dei suoi concerti di pianoforte solista. A un certo momento, il maestro aveva voluto tentare una sorta di improvvisazione totale e infinita, senza rete e senza soluzioni di continuità, delimitata soltanto dai confini di un cd o di un concerto che sono pressappoco gli stessi. La possiamo definire una follia o perlomeno un enorme atto di presunzione. Diceva Jarrett: «Non ho alcun seme quando inizio questi concerti... comincio a suonare e proseguo». E ancora: «Capisco dalle prime note se le cose mi andranno bene o meno bene. Come se le suonasse un altro».
Di fronte a queste imprese, erano proprio gli intenditori a preoccuparsi. Perché capivano, ascoltando quei flussi ininterrotti di suoni, le sequenze in cui Jarrett era sicuro di sé e traduceva in musica idee folgoranti, ma coglievano anche le fasi in cui il protagonista tendeva a spegnersi, e procedeva a tentoni e non succedeva nulla. Si potevano quindi immaginare la sua tensione al diapason, l'affanno interno, il panico logorante. Tante volte gli è andata bene, compreso il primo recital alla Scala del 13 febbraio 1995. E almeno una volta benissimo, come documenta il cd Ecm Vienna Concert del 1991. Egli stesso poté scriverlo nella copertina: «Ho cercato il fuoco per moltissimo tempo, e molte scintille sono sprizzate nel passato. Ma la musica di questa registrazione parla di per se stessa, finalmente, il linguaggio della fiamma». Invece nell'autunno 1996, a Modena, Jarrett apparve stremato, e poi giunsero le notizie della malattia.
Fu soltanto nel novembre 2004, all'Auditorium della Musica di Roma, che i critici italiani, prima ancora che Jarrett entrasse in scena, capirono che qualcosa d'importante era cambiato. Sulla sinistra del pianoforte c'erano un bicchierone d'acqua e un asciugamano, incompatibili con un concerto senza soluzione di continuità. Infatti Jarrett suonò pezzi brevi, dai cinque ai dieci minuti ciascuno; rifiatò con un intervallo di quasi mezz'ora e riprese nel secondo tempo con altri pezzi brevi. L'altra sera alla Scala, nel concerto di rivincita su quello a cui dovette rinunciare nel 1998 per il malanno, ha fatto lo stesso, adottando temi noti e meno noti, ma comunque impossibili da prolungare oltremodo, perché la loro stessa struttura, a un certo momento, esige una ricapitolazione e una conclusione. L'incipit è stato dolce e romantico, compensato poi da movimenti allegri e veloci, e poi ancora da ritorni lenti. Il pubblico del teatro, esaurito, ha ritrovato il Jarrett che conosceva, quello che si alza sul seggiolino, canticchia le note, mima l'amore con il pianoforte e ogni tanto ostenta un gridolino liberatorio. Undici brani in tutto, sei nella prima e cinque nella seconda parte, generalmente pregevoli e accolti con grande entusiasmo.
Infine è arrivato il rituale dei bis, contrariamente al solito non brevissimi: il primo ricavato dal cd The Melody at Night, With You dedicato alla moglie-infermiera durante la malattia (Roxanne Colavito era presente in sala), quindi addirittura altri tre, l'ultimo quando le luci erano state già riaccese. Jarrett ha detto arrivederci con il vecchio Ol'Man River.