Sudafrica al voto: la democrazia ora rischia il crac

Il risultato delle elezioni legislative sudafricane del 22 aprile è scontato: l'African National Congress, il partito della lotta di liberazione, è accreditato dai sondaggi del 64% dei suffragi. Altrettanto scontato è che subito dopo il Parlamento eleggerà alla presidenza della Repubblica il nuovo leader della stessa Anc, il populista Jacob Zuma, che una settimana fa è stato prosciolto dalla Procura generale, con una specie di golpe giudiziario, dai 16 capi di accusa per frode, corruzione e abuso di potere che pendevano su di lui da otto anni. Ma proprio queste certezze fanno temere per il futuro della giovane democrazia sudafricana, tanto da indurre non solo l'opposizione, ma anche il premio Nobel Desmond Tutu e addirittura la Conferenza episcopale a lanciare un grido di allarme.
La comunità bianca, in particolare, è in preda al pessimismo: già ridotta di un terzo rispetto al 1994 da un esodo dovuto alle leggi che riservano ai neri buona parte dei posti dirigenti, teme che Zuma e i suoi alleati del Partito comunista e della federazione sindacale Cosatu imprimano al nuovo governo una svolta incompatibile con le regole della società multirazziale volute da Mandela. In effetti, il comportamento della nuova leadership dell'Anc, che ha destituito diciotto mesi fa il presidente Mbeki, somiglia sempre più a quella dei vari «partiti unici» che proliferano nel continente: arroganza nell'esercizio del potere, disprezzo delle regole, abusi di potere come il rifiuto del visto d'ingresso al Dalai Lama. Con l'economia che risente della crisi internazionale, una massa crescente di diseredati (i disoccupati sono ufficialmente al 23%, ma in realtà al 35) che chiede una diversa distribuzione delle risorse e uno dei più alti tassi di criminalità del mondo, la possibilità che Zuma si trasformi in una specie di Chavez africano sono abbastanza consistenti. Un primo test delle sue intenzioni sarà la sorte che riserverà a Trevor Manuel, il ministro dell'Economia mulatto che, grazie ai suoi buoni rapporti con il mondo imprenditoriale, è stato l'artefice dei progressi degli ultimi anni e gode di grande considerazione a livello internazionale, ma non è affatto in sintonia con il nuovo corso.
Queste elezioni, comunque, presentano anche una novità positiva: dopo il colpo di mano contro Mbeki, i fedelissimi del presidente esautorato hanno abbandonato l'Anc per fondare un nuovo partito, il Congresso del Popolo, che si presenta come il difensore dei diritti costituzionali e il campione della lotta alla corruzione. Per adesso, i sondaggi gli attribuiscono solo il 12-15% dei voti, ma in prospettiva può diventare un polo di attrazione per i neri delusi dell'Anc e un possibile alleato per Alleanza democratica, il partito dei bianchi e dei «colorati» guidato dal sindaco di Città del Capo, la «tedesca» Helen Zille, che in una intervista al Giornale nella primavera scorsa aveva anticipato proprio uno sviluppo del genere.