Sudamerica ancor più rosso con la rielezione di Morales

Anche questa volta sono scesi dalle montagne, sono arrivati a piedi, i più fortunati con le corriere. Sventolano la bandiera della pace e gridano «Evo! Ancora Evo!». Sopra, dal balcone presidenziale si affaccia Morales. È incontenibile. I risultati delle elezioni sono andati meglio delle sue stesse aspettative. In Bolivia il 62 per cento della popolazione sono indios. Evo stravince: prende quasi il 63% dei voti. Con il controllo della Camera bassa del Parlamento e una maggioranza di due terzi al Senato non ci sono più ostacoli per lui. Per la seconda volta il suo popolo lo ha riconfermato. Il suo populismo ha fatto centro, le pensioni agli anziani, gli aiuti ai poveri, ai disoccupati, alle madri sole, hanno colpito nel segno. Evo, il presidente dei poveri, delle minoranze, esulta: «Il popolo boliviano ha di nuovo fatto la storia». Evo è incontenibile. Gli indios sono con lui. Compatti, uniti. E la Bolivia sembra capovolta. La vecchia classe dirigente adesso ha paura. Il Mas, Movimento del socialismo di Morales non ha più rivali. Dall’altra parte un’opposizione divisa, il conservatore Manfred Reyes, già processato per corruzione ha raggranellato il 25 per cento. A essere chiamati alle urne sono stati più di 5 milioni di boliviani per scegliere non solo il presidente e il suo vice, ma anche i 166 componenti dell'Assemblea plurinazionale, il nuovo Parlamento frutto della Costituzione promossa da Morales a gennaio e approvata con un referendum. Morales aveva chiesto un secondo mandato (fino al 2015) per continuare la «rifondazione socialista» del Paese, molto ricco di risorse naturali, ma tra i più poveri dell'America Latina per reddito. E ora è a un passo dal cadere in tentazione. Sogna già il terzo mandato dopo il 2014. Un’idea già accarezzata dai suoi colleghi in Nicaragua, Colombia, Venezuela ed Ecuador. Ma cosa è cambiato in fondo da quando il presidente degli indios è salito al potere? La nazionalizzazione degli idrocarburi del 2006 e l’aumento delle tasse sul petrolio in piena crisi energetica ha garantito al Paese una montagna di liquidità. La base per realizzare la rivoluzione in nome del popolo indio. Eppure dietro a questa immagine c’è dell’altro. In quattro anni di mandato non sono mancati scandali e processi per corruzione. La produzione degli idrocarburi è calata drasticamente; troppi gli investimenti sbagliati. Scarseggiano posti di lavoro, dal 2007 mancano le stime ufficiali sulla disoccupazione. E così il futuro della Bolivia minaccia di essere un fuoco di paglia. Il denaro ricavato dalle nazionalizzazioni non è stato investito in un piano a lungo termine per il Paese. Ma non solo. La causa populista e l’alleanza fraterna con Chavez sono costate alla Bolivia oltre 150 milioni di dollari. Washington ha infatti smesso di inviare soldi per aiutare il paese andino nella lotta al narcotraffico. Evo deve scegliere da che parte stare.