Il Sudamerica siamo noi

Quando Hugo Chavez pochi mesi fa annunciò la nazionalizzazione di energia e telecomunicazioni venezuelane e si impegnò ad annullare l’autonomia della Banca centrale lo fece a viso scoperto. Nel giorno del giuramento del suo governo propose così un progetto chiaro di socialismo reale al coconut e populismo sudamericano. Da noi è diverso: c’è la storia dell’Iri e di una fetta marcia del «democristianismo» senza coraggio che sventola principi di mercato mentre tresca per soluzioni di bottega. Quando ieri At&t ha scritto a Marco Tronchetti Provera dicendogli di non essere più interessata a comprare una fetta di Telecom «a causa di incertezze regolatorie», non si è trattato però di una semplice questione di «business». Così come la rinuncia degli spagnoli di Abertis alla fusione di Autostrade non è stata un accidente della recente storia economica. Sia americani sia spagnoli hanno capito il messaggio: meglio il Sudamerica, dove sono presenti, dell’Italia, dove gli affari che contano si faranno pure sul mercato, ma si trattano a Palazzo Chigi.
Siamo un Paese in cui il governo si loda della liberalizzazione delle aspirine, ma non perde occasione per chiudere il mercato dei capitali, come bene notano pochi radicali e liberali a destra e sinistra. E con questo stile untuoso: mezze frasi, comparsate televisive che evocano normative di urgenza e cambio delle regole in corso di partita.
Le questioni di forma restano pur sempre un dettaglio. La sostanza è che un imprenditore in Italia non si può sottrarre al bacio della pantofola romana. Si tratta però di una materia che in una certa misura mette d’accordo le diverse anime dell’esecutivo.
Prodi, l’uomo del caso Alfa Romeo, riesce in questo modo ad alimentare il suo disegno di un’economia «irizzata», con un cuore che batte nel sistema bancario e una ragnatela di operazioni di contorno. L’anima massimalista della sinistra vede nell’intervento dello Stato la corretta parabola del suo impegno di governo. E l’anima diessina ritrova nella gestione del grande business (in questo milieu sono passate le tappe principali di Telecom sin dalla sua privatizzazione) una ragione di essere nell’establishment del Paese. Un quadro scoraggiante.
Con la fissazione di ritenere che solo grazie alla tassazione si possano risolvere i problemi della nostra economia, il governo Prodi dimentica la parte più luminosa della luna. Quella che produce e assume e che vorrebbe imposte più eque, mercati più aperti e liberi capitali dall’estero.
La prossima lenzuolata di Bersani dovrebbe contenere un unico e semplice articolo: «I governi della Repubblica italiana non possono interferire, normativamente, contro un affare transnazionale, mentre esso è nella fase delle trattative» e per un ragionevole tempo a seguire.
Che brutto Paese quello che obbliga un imprenditore a fare politica per difendersi da essa.