Sudan, un mistero l’assassinio di un diplomatico americano

Forse è solo una coincidenza, ma è inquietante e sospetta. Lunedì mattina i primi contingenti dell'Onu affiancano la missione di pace dell'Unione africana nel Darfur, poche ore dopo un diplomatico americano e il suo autista vengono uccisi alla periferia di Khartum. Il duplice assassinio, di cui restano da chiarire mandanti e finalità, scatta alle prime ore del nuovo anno. Alle quattro del mattino il diplomatico americano, un responsabile degli aiuti umanitari di cui l'ambasciata statunitense non rende nota l'identità, e il suo autista sono in auto alla periferia della capitale. Forse rientrano da un veglione. Forse sono in viaggio per una missione urgente. Qualcuno apre il fuoco sull'autista e rivolge poi l'arma contro il passeggero. Per l'autista non c'è nulla da fare. Il diplomatico, ferito alla mano, allo stomaco e alla spalla viene portato all'ospedale dove muore nel pomeriggio di ieri. «Il nostro collega un funzionario di Us Aid (Us Agency for International Development) non ha retto ed è spirato questo pomeriggio», spiega il portavoce dell'ambasciata a Khartum Walter Braunohler.
In quel momento i servizi segreti statunitensi sono in frenetica attività. Da Washington vogliono sapere se l'assassinio sia un episodio di delinquenza o un attentato mirato. Nel secondo caso bisogna capire se si tratti di un avvertimento legato alle dure critiche rivolte dall'amministrazione statunitense al governo di Khartum o di un nuovo colpo messo a segno da Al Qaida. Lunedì, mentre i caschi blu dell'Onu affiancavano le forze africane già presenti nella regione dove le milizie filogovernative attaccano e decimano le etnie ribelli del Darfur, il presidente americano George Bush firmava una legge rivolta a favorire la fine degli investimenti in Sudan. Il mortale attentato potrebbe dunque essere un segnale d'avvertimento messo a segno da elementi vicini al governo. Non vanno però dimenticate le minacce di Osama Bin Laden e del suo vice Ayman Al Zawahiri che hanno più volte promesso la «guerra santa» in risposta al dispiegamento dei Caschi blu sulle terre «islamiche» del Sudan e del Darfur.