Il sudista Ma io costruirei un vero muro a Eboli

di Rino Cammilleri

Sono siciliano e di Sud, il libro di Marcello Veneziani, sono andato a cercarmi in primis il capitolo che mi riguarda. L’occhio mi si è fermato su questo brano: «il cosiddetto “familismo amorale”, tara del Sud, è anche un grande ammortizzatore sociale e civile, dalla disoccupazione all’abitazione, dall’assistenza ai bambini, ai malati e ai vecchi al sostentamento di nipoti...». L’aveva già detto De Crescenzo che il Sud è cosa davvero diversa e forse sarà il caso di lasciarlo com’è, perché non esiste vizio che non possa essere trasformato in virtù. Veneziani l’ha capito: «Di quel torbido vincolo c’è da salvare il legame comunitario, per svegliare un modello di sviluppo compatibile con la storia e la tradizione del Sud. Quel legame è fondato su basi non disdicevoli: la cultura del dono che prevale su quella utilitaristica, anche se degenera nella cultura del favore e del privilegio; la convivialità e l’ospitalità come base del legame sociale, l’attaccamento al luogo natio, \[...\] la capacità di addomesticare il dolore, la morte e la solitudine con un sofisticato sistema di riti». Non era Cesare Musatti, il decano della psichiatria, a dire che la sua materia era stata inventata da ebrei per convincere gli anglosassoni a vivere da italiani? Scorrendo le statistiche, si potrebbe dire lo stesso ai settentrionali nostrani. Ginevra e Zurigo sono il top dell’efficienza e del civismo. Napoli e Palermo stanno in fondo. Ma Ginevra e Zurigo hanno anche il top dei suicidi e del consumo di psicofarmaci, laddove Napoli e Palermo stanno in fondo anche riguardo ad aborti, divorzi e a ogni altro tipo di malessere. Eh, non si vive di sola efficienza. Veneziani: «Più la globalizzazione coincide con la settentrionalizzazione del mondo, più il Sud diventa il luogo della vita autentica». Ma, aggiungerei, solo chi ha respirato a lungo, pirandellianamente, «l’aria del continente», può dire, come Veneziani (e me), ai meridionali: ma perché vi lamentate sempre? Da due secoli vi ripetono che il Nord è meglio del Sud e avete finito col crederci. Questa storia l’hanno inventata i Padri della Patria, i quali, stravedendo per l’ottocentesco Impero Britannico, crearono l’Italietta, ridicolo tentativo (ahimè riuscito) di applicare alla penisola la Rivoluzione Francese facendola fare ai Piemontesi. I quali cenavano alle sette, figurarsi quando arrivarono al Sud, dove ancora si cena alle undici, se va bene. La città italiana più irradiata (dal sole) è Siracusa. Quella di meno, Torino. E il sole, oggi lo si sa per certo, stimola le endorfine, molecole della joie de vivre. I plumbei piemontesi estesero al Sud il loro sistema, il quale era modellato sul giacobinismo francese. Non poteva non uscirne un papocchio. Il Sud emigrò in America, lasciando alla Patria Unita i «paglietti» e i parassiti della pubblica amministrazione. Poi l’America ci restituì la mafia con gli interessi. Cose risapute. Oggi c’è quasi da ridere: i poveri leghisti non fecero in tempo a lamentarsi dei terroni che subito vennero subissati da ben altro Sud, quello africano, musulmano, albanese, romeno, cinese. Ha ragione Veneziani: «Per il bene d’ambedue, allontanate la Sicilia dal continente, piuttosto che tentare unioni artificiose». Ma vale per tutto il Meridione. Ma sì, facciamolo a Eboli, il Muro, altro che a Gaza. Il Sud italico, lasciato a se stesso (una buona volta) sarebbe costretto a guardarsi allo specchio e a domandarsi come mai i «sudici», a suo tempo emigrati, nei Paesi che li hanno accolti si sono dimostrati lavoratori durissimi e spesso geniali. Perché il Sud fuori dal

Sud primeggia, come primeggiavano i suoi avi prima che si stendesse il tetro sudario piemontese? Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare uno strabiliante elenco di primati mondiali in tutti i campi, dall’economico allo scientifico, senza contare arte & cultura (si legga utilmente il lavoro di Simonelli citato da Cervi). Poi, dall’oggi al domani, crollò come un castello di carte, giacché la sua classe dirigente era ammaliata dall’ideologia, allora «moderna», del nazionalismo centralistico. Risultato: cinque milioni di emigrati e il Sud diventato la «questione meridionale», una palla al piede per il Nord e un eterno complesso di inferiorità per i suoi abitanti. Ma finché l’Unità d’Italia sarà «il Risorgimento», cioè un mito, nulla cambierà, inutile farsi illusioni.