Le sue ultime muse: sapeva mettersi in gioco

È morto a quasi 95 anni il cineasta che diresse «L’avventura», «Zabriskie Point» e «Blow Up»

da Roma

Inés Sastre, 34 anni, da Valladolid. Luisa Ranieri, 32 anni, da Napoli. Entrambe belle, sia pure di una bellezza diversa. Sofisticata e altera, quasi distante, la spagnola; solare e sorridente, molto carnale, la seconda. Antonioni volle l'una nel più autobiografico e platonico degli episodi di Al di là delle nuvole (1995), l'altra nel più nudo e sensuale dei frammenti di Eros (2004). Per entrambe è un giorno triste.
Sospira al telefono l'attrice iberica. «Domenica Serrault, ieri Bergman, oggi Antonioni. Ma che sta succedendo? Tre talenti enormi che se ne vanno così, l'uno dietro l'altro. Ricordo con molto piacere le riprese a Ferrara, la città di Michelangelo. Io nei panni di Carmen, Kim Rossi Stuart in quelli di Silvano. Un amore immaginato dal regista, sospeso tra desiderio vibrante e rinuncia fisica. Si vedeva che Antonioni metteva in gioco qualcosa di sé». L'attrice, reduce da La cena per farli conoscere di Avati, si esprime nel suo incantevole italiano punteggiato di coloriture spagnole e francesi. «Non parlava, Antonioni, per via della malattia, ma ci si capiva benissimo sul set. Comunicava meglio di tanti registi chiacchieroni che non hanno niente da dire. Quel film segnò il mio ritorno al cinema. Mi consegnai completamente a lui». Esperienza cruciale, accanto ad attori del calibro di Malkovich, Mastroianni, Ardant, Marceau. «Per certi versi era un omaggio alla donna, come lui la vedeva. Due anni dopo fui invitata a Cannes, insieme a Jeanne Moreau e Vanessa Redgrave, per consegnargli un premio alla carriera. E l'emozione si raddoppiò». Il suo Antonioni del cuore? «Forse L'avventura, con quella Vitti così misteriosa, sensibile, intensa».
Più laconica Luisa Ranieri, alle prese col nuovo film di Vincenzo Salemme, Sms. Fa sapere di essere «molto addolorata» per la morte di Antonioni, che considera «un maestro oltre che un amico». Nell'episodio di Eros incarnò, letteralmente, il potere salvifico della Femmina. Ricorderete. Una facoltosa coppia in crisi, Christopher Bucholz e Regina Nemni, finiva nell'orbita salvifica di una disinibita ragazza, Lina, chiusa dentro una torre medioevale dalle parti di Orbetello. In una cornice di stilizzato estetismo, tra morbide allusioni e nudità poetizzanti, colpì alla prima veneziana l'acrobatica performance autoerotica della fanciulla, poi alleggerita per l'uscita in sala. Racconta: «Onestamente trovai anch'io quelle scene un po' insistite e forti. Però come dire di no ad Antonioni? Ero un'attrice al mio secondo film, un'occasione da non perdere. Per certi versi fu devastante lavorare con lui, ma nel senso buono del termine: riuscì a sbriciolare i miei moralismi e le mie convenzioni. Certo, non mi sentivo a mio agio sul set, Antonioni dirigeva a gesti. Sono molto grata alla moglie, Enrica, il suo aiuto contribuì a sbloccarmi. All'emozione per la scena più audace, far l'amore spogliati e in modo veritiero, si aggiungeva la paura per l'esame da sostenere davanti al mito del cinema». Il primo incontro? «A casa sua. Mi chiese di parlare in inglese e io mi esibii nel mio inglese alla napoletana. Alla fine gli dissi: maestro, tutto quello che sapevo, l'ho detto! E lui sorrise».