Ma con le sue ville e gli scorci caratteristici resta uno dei quartieri in cui si vive meglio

Negli occhi ancora vispi della signora Gemma c'è la storia degli ultimi cento anni di Albaro. C'è tutto l'orgoglio di chi è nato, cresciuto e invecchiato sulle colline del quartiere più elegante della città. Gli occhi di Gemma Pittaluga, fioraia dall'età di 15 anni (ora ne ha 93 ma non lo direste mai), sono lo specchio di Albaro. Quella parte di città rimasta uguale e fedele a se stessa, in barba a tutti i tentativi di speculazione edilizia e alla modernizzazione più sfrenata. Ville (Bombrini, Saluzzo, Mongiardino, Raggio, Cambiaso) e palazzi costruiti nei primi trent'anni del'900 sono ancora lì a ricordare che in fondo non è cambiato nulla. «Mia nonna era fioraia, i miei cugini pure, mio zio coltivava lillà a Serravalle. Ho iniziato questo lavoro alla Bocchella in viale Cambiaso che ero una ragazzina, e da allora non ho più smesso. Di chi abita da queste parti amo la compostezza e la riservatezza, d'altra parte anche io sono un po’ rustega. Ma i clienti quando entrano in negozio, si commuovono e mi abbracciano. Genova è cambiata molto, Albaro è sempre la stessa...». Quella della tappezzeria Carratino, della boutique di abbigliamento Martini, del negozio di biancheria e tessuti Odone, della farmacia Benvenuto, della trattoria «Vegia Arbà», la «Friggitoria Belvedere» di una volta (torte e farinate offriva la casa nel secondo dopoguerra). Quella di piazza Leopardi, San Francesco d'Albaro e Santa Maria del Prato, una gemma sconosciuta alla maggior parte dei genovesi e anche a molti residenti. Quella che dal verde della collina scende fino al mare di Boccadasse dove «uscendo dalla città si ha quasi l'impressione di tornare nella culla», per dirla con le parole del poeta Edoardo Firpo. Quella del Lido, dei Bagni Italia e dei Bagni Benvenuto, dell'Abbazia di San Giuliano, altra perla nascosta nel cuore di Albaro. «Un grande paese in cui non manca niente», sintetizza con efficacia il signor Martini, memoria storica del quartiere, dove la sua famiglia (quattro generazioni) è arrivata più di ottant'anni fa, anche se l'ubicazione attuale è datata 1962.
Difficile dargli torto: in 400 metri tra piazza Leopardi e via Albaro ci sono una trentina di negozi, due farmacie, quattro banche, un supermercato. Manca solo la libreria che ha chiuso i battenti da più di un anno e non è stata ancora rimpiazzata. Ma non c'è di che lamentarsi. «Siamo un quartiere dove tutto sommato si vive molto bene - conferma Roberto Soriano dal 1980 titolare insieme alla sorella della trattoria tipica Vegia Arbà - Certo, l'epoca dei giardini e dei parchi tenuti a meraviglia è finita...». In compenso è iniziata quella dei centri integrati di via. «L'esperienza del Civ a cui aderiscono ventisette bar e negozi sta dando i suoi frutti. Si è creato un po’ di movimento in tutto il quartiere, i residenti sono stati coinvolti in concerti e varie iniziative. Una parte di piazza Leopardi è stata pedonalizzata anche se il progetto originario era più ambizioso». L'intervento dei Civ ha indotto il Comune a rifare strade e marciapiedi, autentico tallone d'Achille di Albaro al pari della segnaletica carente e della scarsa illuminazione. Fattori che sono alla base dei nove investimenti sulle strisce pedonali avvenuti tra novembre e dicembre nei pressi della farmacia Benvenuto. Certo, se qualcuno imparasse a rispettare il codice della strada, sarebbe meglio. Gli abitanti coi capelli bianchi rimproverano Amt di aver modificato il percorso della vecchia linea 15, che oggi non arriva più a Caricamento e «ci tocca prendere due autobus». Uno poco incline al mugugno è Andrea Carratino, ex presidente del centro integrato di via che insieme alla sorella porta avanti la storica attività di famiglia: ebanisti e tappezzieri dal 1876. Se i muri della sua bottega potessero parlare, chissà quante storie racconterebbero del quartiere e della città: «Mezza Genova è passata di qui: Lavarello, Bombrini, Dufour, Ravano. È vero i tempi sono cambiati, ma ad Albaro si sta bene, inutile negarlo».