Sugli armeni non sono un negazionista

Carlo Panella ribadisce: «Non fu genocidio ma pulizia etnica»

La comunità armena italiana merita tutto il rispetto di tutto il mondo, con un di più dovuto ai terribili lutti che hanno colpito i parenti di gran parte dei suoi membri in Turchia nel 1914. Ma questo non autorizza nessun armeno di insultare con uno dei termini più spregiativi che esistano - negazionista - chi ha idee che non coincidono sulle sue. Non sono un negazionista e denuncerò chi lo ripete. Sostengo solo che la comunità armena deve smettere di chiedere aiuto ai parlamenti per imporre con la galera la sua verità e deve accettare un confronto storiografico, non sul fatto che vi sia stato un eccidio di armeni in Turchia - che nessuno nega - ma che questo si possa definire genocidio. Conosco e frequento le testimonianze di quell’orrido massacro da decenni, ma conosco e frequento anche gli storici che spiegano che vi sono delle peculiarità in quelle stragi che portano a definirle pulizia etnica e non genocidio. Tra questi Bernard Lewis, uno tra gli islamisti più famosi al mondo. Invito gli amici armeni a scusarsi con me per avere osato darmi del negazionista e a cessare di rispondere a questa mia tesi limitandosi a dire che ci fu un massacro. Nessuno ne dubita, la stessa Turchia - obtorto collo - lo ammette. Pretendo però di sostenere che non lo si può chiamare genocidio, ma pulizia etnica, senza essere linciato. Pretendo che si ammetta che le popolazioni armene a ridosso del fronte di guerra con la Russia parteggiavano per l’avversario della Turchia (come spiegano tutti gli storici indipendenti, D. Fromkin in testa) e che per questo furono massacrate. Pretendo di poter dimostrare che la Turchia di Kemal Atatürk non è affatto erede di quella di Talal Pasha che organizzò quei massacri.
Pretendo di poter spiegare che oggi la Turchia può essere aiutata a riconoscere il suo passato solo se non la si inchioda al termine infamante e indimostrato di genocidio e si accetta una discussione nel merito dei fatti, ascoltando i suoi storici. Pretendo che i miei interlocutori armeni si rendano conto che buona parte dell’ascolto che hanno in Europa non è motivato da amore per la verità, ma da biechi interessi elettorali (in Francia vi sono 500.000 elettori armeni) o da una visione xenofoba dell’Islam. Pretendo un confronto sereno e non insulti.