Sugli autobus di notte dove a comandare sono latinos e disperati

«Spacciatori, ubriachi, drogati, disperati. Devo andare avanti?». Prego. «Prostitute, criminali, parassiti, extracomunitari. Ecco in tre parole le ho detto tutto. Tutta la feccia, la rumenta la raccolgo io, di notte. Guardi un po’ alle sue spalle cosa c’è. Le basta così?». Va bene, e se succede qualcosa riesce a chiamare qualcuno, la sorveglianza, c’è un sistema di allarme? «Se succede qualcosa qui sopra, lo devo risolvere io. Punto. Ha sentito quello che è accaduto l’altra sera, ed erano solo le otto». E i controllori? «Sì, ci sono i verificatori, ma...». E i biglietti? «Qui nessuno li paga. All’azienda sta bene così, signorina. Cosa le devo dire».
Alle 22.30 sul bus numero 1, quello che va dal centro storico a Voltri e dove lunedì scorso due bande di sudamericani si sono affrontati a colpi di machete in mezzo ai passeggeri terrorizzati, siamo solo in due, al massimo tre italiani. Saliamo a Caricamento su un mezzo che è pieno ancora dei resti del viaggio precedente e di quelli di chissà quanti altri.
Lattine di birra e bibite, cartacce, fazzoletti sporchi e un tappeto di cicche appiccicate per terra che ormai sono diventate parte integrante del pavimento.
Passano pochi minuti e prima della partenza, iniziano a salire i primi passeggeri. Marocchini, africani, sudamericani. Due si piazzano nei sedili dietro di noi, uno entra cantando e biascicando parolacce in un misto di spagnolo e italiano. Il compagno lo segue, con un portavivande sottobraccio. Le porte si chiudono sbuffando (...)