Sugli schermi delle parrocchie vola il nuovo cinema paradiso

Il boom delle sale delle comunità. Si punta su qualità e biglietti scontati. Bocciate le commedie, promosse le pellicole che parlano di eutanasia e diritti gay <br />

Nel film Un americano a Roma, Alberto Sordi - alias Nardo Mericoni - esce dal cinema dopo aver visto un film western. Quella platea era, in realtà, una sala parrocchiale e la leggenda narra che ancora oggi proietti pellicole dalle parti del quartiere Tiburtino. Un reperto archeologico buono per i cultori del programma «La valigia dei sogni»? No, perché in realtà nel nostro Paese i cinema parrocchiali (la definizione tecnica è «sale della comunità») continuano a vivere e combattere con noi. Non più con i b-movie, ma a colpi di storie impegnate. Da nord a sud sono un migliaio e, nell’ultimo decennio, il loro successo ha registrato una crescita decisamente in controtendenza rispetto alla crisi che colpisce le tradizionali sale di prima visione. Il fattore economico ha la sua importanza (nei cinema parrocchiali il biglietto costa mediamente la metà), ma non spiega del tutto un fenomeno quantificabile su scala nazionale in almeno 4 milioni di aficionados all’anno.

Un popolo composto non solo da «fedeli» cinefili, ma anche da chi fa della socializzazione un elemento non di secondo piano del proprio vissuto cattolico.
«Le sale della comunità - ci spiega Massimo Padula, docente di Comunicazione istituzionale alla Pontificia Università Lateranense - si propongono come luoghi di incontro e di dialogo, come spazi di cultura e di impegno, anche su temi particolarmente scomodi».
«Chi frequenta le nostre sale, non cerca film banali ma storie che sollecitino riflessioni - sottolinea al Giornale Francesco Giraldo, segretario generale dell’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) -. Ci rivolgiamo alle famiglie, sperando che, una volta a casa, genitori e figli possano continuare a dibattere sul tema affrontato dal film». Non è un caso che sugli schermi «parrocchiali» oggi passino film duri come «I segreti di Brokeback Mountain» o «Million dollar baby»; omosessualità ed eutanasia, non certo argomenti leggeri.
«Il passaggio dagli anni ’60 agli anni ’70 ha segnato profondamente la pratica del cineforum che da occasione critica divenne pretesto per dibattiti a sfondo sociale e politico - si legge in un documento della Commissione Ecclesiale per le comunicazioni sociali -. A partire da quegli anni è iniziata pure la crisi dell'industria del cinema, che ha fatto sentire le sue conseguenze anche sulle sale cinematografiche parrocchiali».

Gli anni ’80 e ’90 hanno aperto una nuova stagione. Le note pastorali del 1982 e 1994 hanno sancito la ripresa, nelle comunità cristiane, della funzione svolta dalle sale parrocchiali. Molte sale sono state riaperte. Quanto avvenuto negli ultimi 20 anni configura la sala della comunità non più semplicemente come sala del cinema, ma come una vera e propria struttura pastorale al servizio della comunità.
«Erede della sala cinematografica parrocchiale - spiega monsignor Dario Viganò, responsabile del settore Cinema e spettacolo della Cei (Conferenza episcopale italiana) -, la sala della comunità non rinnega la sua origine, legata ad uno dei più suggestivi strumenti della comunicazione sociale, ma affronta anche la sfida della nuova cultura mediatica».
Intanto dal primo gennaio sono anche cambiati i criteri di giudizio espressi dalla Commissione nazionale valutazione film, l’organismo della Cei preposto ai giudizi sulla produzione cinematografica. Eliminati i termini «inaccettabile» e «negativo»; al loro posto «sconsigliabile».
Un esempio di film «sconsigliabile»? Il più pubblicizzato del momento: «Ex», la commedia di Fausto Brizzi che imperversa su tutti gli schermi. Esclusi quelli parrocchiali. Per fortuna.