Sui conti correnti di Consorte e Sacchetti passati 300 milioni

«L’Espresso» ha ricostruito il vorticoso giro di denaro sui depositi dei manager

Stefano Zurlo

da Milano

Gianpiero Fiorani in versione benefattore. Agli amici permetteva scoperti vertiginosi. Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti potevano andare in rosso per importi corposi: anche 24 milioni di euro. Poi, naturalmente, la coppia di vertice dell’Unipol rientrava grazie a una qualche operazione finanziaria e lo scoperto rientrava. L’Espresso è andato a spulciare la documentazione relativa a due conti aperti, lo stesso giorno di novembre 2001, presso la Banca popolare di Lodi e ha trovato un’altalena di movimentazioni per un totale di 300 milioni di euro nell’arco di 15 mesi.
Numeri importanti e tutti da interpretare, che emergono nel giorno in cui Consorte esce dalla trincea scavata e attacca i giornali che hanno titolato sulla presunta scoperta di decine di depositi segreti. «Leggo le notizie di stampa - scrive Consorte - che mi attribuiscono la disponibilità di conti correnti all’estero con importi ben superiori a quelli da me già ampiamente dichiarati ed evidenziati agli organi inquirenti. Ribadisco ancora una volta che le le mie disponibilità relative alle consulenze fornite ad Hopa sono quelle da me dichiarate e tutte le notizie su altri conti esteri per importi superiori sono assolutamente prive di fondamento».
Non è facile districarsi fra notizie, smentite e veleni. Consorte sta ultimando una memoria in cui prova a fugare tutti i dubbi avanzati dalla Procura di Milano. Il documento sarà consegnato ai Pm venerdì o, al massimo, lunedì. Forse quelle carte serviranno per far finire il balletto sulle disponibilità di Consorte. In realtà, il tesoro fin qui individuato va da 50 a un massimo di 70 milioni di euro. Tutte le altre spiegazioni non hanno, almeno in questo momento, una base reale.
In questo clima incandescente, la giornata scorre relativamente tranquilla. Francesco Greco è lontano dall’ufficio per problemi familiari, i due colleghi Eugenio Fusco e Giulia Perrotti lasciano Milano nel primo pomeriggio. E si trasferiscono in Svizzera, a Lugano, per completare una rogatoria. Nel mirino i conti di Gianpiero Fiorani, in parte già descritti nell’ordinanza di custodia firmata più di un mese fa dal gip Clementina Forleo. Si sa che Fiorani ha disponibilità impressionanti, stimate in almeno 200 milioni di euro, in parte nei forzieri di alcuni paradisi fiscali. Il problema è disegnare una mappa dettagliata dei patrimoni e poi provare a far rientrare i capitali. Un’impresa non facile, in linea generale, nemmeno quando l’indagato collabora. A quanto pare, l’ex «imperatore» di Bpi avrebbe avuto nelle scorse settimane difficoltà persino a censire esattamente i propri depositi sparpagliati nei quattro angoli del mondo.
La partita in corso fra i Pm e Fiorani non è delle più facili. Fiorani è stato sottoposto a sette interrogatori, addirittura undici se si contano quelli precedenti l’arresto, ma gli investigatori non sono affatto soddisfatti. E continuano la ricognizione. Così come va avanti lo screening a tappeto dei beni di Consorte e Sacchetti.
Intanto da Roma il Ministro della giustizia Roberto Castelli annuncia: «Attendo la relazione del capo degli ispettori Arcibaldo Miller. Se sarà esaustiva, deciderò di chiudere. Altrimenti chiederò agli ispettori di andare avanti». Miller è stato catapultato a Milano nei giorni scorsi per accertare le ragioni delle fughe di notizie che hanno mandato in fibrillazione i palazzi della politica. In particolare, l’intercettazione di una telefonata fra Giovanni Consorte e Piero Fassino, pubblicata dal Giornale e oggetto di infinite dispute e polemiche.