Sui Ds in crisi d’identità aleggia il fantasma di Craxi

Il caso ha diabolicamente voluto che il settimo anniversario della morte di Bettino Craxi coincidesse nella scorsa settimana con l’esplosione dell’ennesima ma forse più emblematica crisi del partito che più d’ogni altro ha cercato e ottenuto la fine del leader socialista, illudendosi di poterne trarre un vantaggio definitivo. Mi riferisco naturalmente al Pci, poi Pds, ora Ds e domani Pd, o come altro si deciderà di chiamare quel mostriciattolo in costruzione con la Margherita di Francesco Rutelli, se mai riusciranno veramente a fondersi post-comunisti, post-radicali, post-ecologisti e post-democristiani di sinistra, a conclusione di un percorso peraltro cominciato proprio con il comune accanimento contro Craxi.
Era la primavera del 1993. Il Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro aveva staccato la spina al primo governo di Giuliano Amato e trasferito a Palazzo Chigi il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, alla testa di una squadra che prima ancora di ottenere la fiducia aveva però perso per strada i ministri post-comunisti e Rutelli, uniti da una indignata protesta contro la Camera.
Chiamata dal presidente Giorgio Napolitano a votare a scrutinio segreto, prima della fiducia, sulle autorizzazioni a procedere contro Craxi per corruzione chieste dalla magistratura, l’assemblea di Montecitorio aveva osato concederle solo in parte, non tutte. I post-comunisti, dei quali Achille Occhetto era segretario e Massimo D’Alema capogruppo, avevano condizionato senza arrossire di vergogna la partecipazione dei loro compagni al governo con la Dc al voto di quest’ultima contro Craxi, per cui si ritennero traditi dal risultato delle votazioni, peraltro precedute da un discorso dell’allora capogruppo democristiano Gerardo Bianco per niente ostile al leader socialista. Rutelli, che ne avrebbe poi ricavato l’appoggio alla candidatura a sindaco di Roma, condivise a tal punto le proteste dei post-comunisti da confessare di morire dalla voglia di vedere Craxi finalmente costretto al «rancio» di qualche prigione italiana.
Alle sbarre di San Vittore, o di Regina Coeli, o di altri penitenziari cari a Rutelli e post-comunisti Craxi, come si sa, preferì orgogliosamente non la latitanza, come dicono i Di Pietro e i Travaglio dimenticando ch’essa presuppone una voluta irreperibilità, ma l’esilio a casa sua, in Tunisia, con tanto di indirizzo e di numero telefonico noti a tutti, e ampiamente intercettati a beneficio delle gazzette italiane del giustizialismo e del voyeurismo.
In terra tunisina Craxi, ormai gravemente ammalato, volle morire ed essere sepolto dopo avere visto i suoi aguzzini incapaci anche di un atto estremo di umanità, come sarebbe stato un qualsiasi espediente - peraltro in un Paese come il nostro, che di espedienti è specialista - capace di farlo operare e curare in Patria da uomo libero. Era presidente del Consiglio D’Alema, che fece recapitare al malandato avversario un freddo messaggio di saluto senza firma. Da presidente dei Ds egli oggi pensa di potersi liberare dell’ingombrante fantasma di Craxi chiedendo ai compagni del proprio e assai malmesso partito, che ogni giorno perde pezzi da destra ed è destinato a perderne ancora anche da sinistra, di andare «oltre» il socialismo. Che del resto fu già rifiutato da Occhetto quando cambiò nome al Pci, come ha ricordato qualche giorno fa Emanuele Macaluso indicando giustamente in quel passaggio l’inizio della penosa e irrisolta crisi di identità dei reduci più numerosi del comunismo italiano.