Sui finanziamenti a Blair ora indaga Scotland Yard

Aperta un’inchiesta «per violazione alla correttezza politica». La stampa svela i nomi dei donatori segreti

Erica Orsini

da Londra

La legge sul finanziamento ai partiti dev’essere riformata nel segno di una maggiore trasparenza. Lo promette la commissione nazionale del Labour convocata per stemperare le conseguenze dello scandalo dei prestiti segreti al partito. Ma l’assicurazione arriva fuori tempo massimo, quando sembra impossibile frenare la terribile onda d’urto che rischia di affossare definitivamente la credibilità del premier Tony Blair. E sulla vicenda Scotland Yard ha aperto un’inchiesta.
Dopo le indiscrezioni frammentarie di una settimana fa ci sono ora maggiori dettagli, che completano il quadro. Di quei 14 milioni di sterline «prestati», in modo da renderli invisibili, ormai si sa tutto, compresi i nomi dei 12 facoltosi finanziatori del Labour. Ieri il quotidiano Independent dedicava loro l’intera prima pagina. Una sfilza di fotografie con nome, cognome e ammontare della donazione. Sotto la feroce lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica britannica sono finiti David Garrard (2,3 milioni), David Sainsbury (2 milioni), Richard Caring (2), Chai Patel (1,5), Rod Aldridge (1), Andrew Rosenfeld (1), Barry Townsley (1), Christopher Evans (1), Nigel Morris (1), Gordon Crawford (500mila), Derek Tullett (400mila), Gulam Noon (250mila). Uomini d’affari, immobiliaristi e medici, proprietari di ristoranti e di supermercati. Amici più o meno stretti del partito, ma in certi casi anche dello stesso primo ministro.
Va ricordato però che la pietra dello scandalo non sta tanto nella grossa cifra entrata nelle casse laburiste all’insaputa dei suoi vertici, ma soprattutto nel dubbio che questi prestiti siano serviti all’«acquisto» di alcuni titoli nobiliari. La vicenda infatti è scoppiata come una bomba nel momento in cui i giornali hanno saputo che quattro dei finanziatori erano stati inseriti nella cosiddetta «lista degli onori» stilata da Blair in persona. Uno sarebbe l’immobiliarista sir David Garrard, molto amico di lord Levy, ovvero di colui che ha raccolto i finanziamenti per il partito senza preoccuparsi di avvertire i vertici. Non è la prima volta che Garrard è così generoso con la politica: in passato fece cospicue donazioni anche ai conservatori di Hague.
Il secondo è lo spregiudicato broker della City, Barry Townsley, coinvolto peraltro anche in uno scandalo e sospeso temporaneamente dall’attività per sei mesi. Poi c’è il re del curry, come viene chiamato Gulam Noon, uno che si è fatto da sé. Arrivato in Inghilterra senza una sterlina, è diventato il mago dell’imprenditoria alimentare. Per finire in bellezza c’è il dottor Chai Patel, proprietario di una serie di cliniche e noto sostenitore del partito. Nato in Uganda, si è trasferito con la famiglia a Londra sfuggendo al regime sanguinario di Idi Amin. Ieri Noon ha fatto sapere di aver scritto a Blair per essere depennato dalla lista degli onori. Le altre tre nomine erano già state bloccate, ma sembra che anche Townsley e Garrard abbiano seguito l’esempio di Noon. In un’intervista rilasciata alla Bbc, Patel ha invece affermato che quando ha destinato il denaro al Labour gli era stato chiesto espressamente di fare un prestito anziché una «donazione». Per la legge, quest’ultima avrebbe dovuto essere dichiarata. Della scabrosa vicenda nessuno nel partito sembra essere stato al corrente, nemmeno il tesoriere del Labour, Jack Dromey, che all’indomani dello scandalo si era detto sconcertato dal comportamento di lord Levy. Ieri però, a parziale difesa di quest’ultimo, ha parlato proprio il ministro Clarke. «Se Dromey era all’oscuro di tutto - ha commentato Clarke - viene da chiedersi quanto bene svolga il suo lavoro». E mentre la stampa si chiede se questo caso non sia stato architettato per costringere Blair alle dimissioni, le cose si complicano sempre di più. Ieri pomeriggio Scotland Yard ha fatto sapere di aver aperto un’inchiesta penale a carico del partito per presunte violazioni delle norme sulla correttezza politica. Il provvedimento è scattato in seguito a tre denunce, tra cui quella del Partito nazionale scozzese. Una legge del 1925 vieta la scambio tra finanziamenti elettorali e nomine.