Sui lavavetri abbiamo scherzato

La «guerra dei lavavetri», così gravida di risvolti ideologici e di elaborazioni sociologiche, sembra, dunque, destinata ad esaurirsi. Una guerra combattuta soprattutto dai reparti della propaganda, una poderosa avanzata cartacea, che ha lacerato la sinistra e le sinistre, che ha indotto anche a qualche clamorosa dimissione dall’ordine ieratico degli intellettuali progressisti, si è sgonfiata e non per l’intervento della politica alta che armonizza - o almeno dovrebbe farlo - poteri, diritti e bisogni. Il governo è in agonia, l’accanimento terapeutico che ne consente l’affannosa respirazione appanna le istituzioni e allora si lascia alla procura della Repubblica di Firenze l’opportunità di ribadire certe regole. L’offensiva si risolve in un «flop» grande almeno quanto il clamore che aveva accompagnato la dichiarazione di guerra.
I motivi tecnico-giuridici della richiesta di archiviazione sono spiegati nell’ordinanza che l’ha accompagnata e, in buona sostanza, lo stesso sindaco Domenici ne riconosce la fondatezza e in un certo senso fa atto di contrizione e promette che farà tesoro delle osservazioni della procura, che il prossimo «editto municipale» sarà corretto ed efficace. Chissà.
Una cosa è certa: questo episodio non giova all’immagine dei pubblici poteri e delude la stragrande maggioranza dei cittadini che esigono un sensibile miglioramento della pubblica sicurezza, il rispetto della legalità, il ritorno alla normalità nelle città grandi e piccole. Questi italiani constatano che il recupero di una civile convivenza non si ottiene con «gride» estemporanee, con frettolosi soprassalti di «tolleranza zero», con improvvisazioni sceriffesche, ma con azioni coordinate che impegnino tutti i livelli di poteri, a cominciare dal governo, che in questo momento e in questa materia, ripetiamo, appare seriamente impedito.
Peccato. Il tam-tam degli irregolari e dei clandestini trasmette informazioni in tempo reale e già da questa mattina ai semafori i lavavetri sciameranno di nuovo, nella convinzione che il nostro Paese ha un fondo sbracato e lassista, anche quando fa la faccia feroce. E i signori del racket, quelli che magari assegnano i posti sulle strade più trafficate ed esigono il «pizzo» dai lavavetri, si sentiranno più tranquilli, nella certezza che il sindaco Giuliani stava a New York e non è facilmente riproducibile per clonazione politica.
Peccato, davvero. Una questione seria, qual è quella dei mendicanti e dei lavavetri troppo insistenti e talvolta minacciosi, viene svilita perché sono mancate preparazione tecnica e sufficiente cultura di governo. Al sindaco Domenici, come al primo cittadino di Bologna Cofferati, va riconosciuto che, a differenza di tanti suoi compagni, ha saputo finalmente ascoltare il bisogno di sicurezza e di ordine espresso in tante forme dai concittadini, ma di là della buona volontà c’è poco.
Pare che il tema della sicurezza, così cruciale in tutti i Paesi avanzati d’Europa, venga finalmente esaminato senza pregiudizi ideologici dalla sinistra desiderosa di apparire svincolata da antiche servitù culturali. Ma in questa materia anche i meglio intenzionati nella sinistra hanno delle lacune. La macchina dello Stato bisogna conoscerla bene, tanto più e meglio, anzi, bisogna conoscerla se la si vuole snellire, semplificare, modernizzare. Può anche apparire una forma di velleitarismo il fatto che il sindaco cresciuto politicamente in una «regione rossa», dove il potere è stato sempre da una certa parte, ritenga di potersi sostituire al potere centrale, di supplire alle carenze e alle inerzie del governo di Roma, in mano, peraltro, a compagni.
Quella dei lavavetri non è una vicenda esemplare, purtroppo. Speriamo che sulla polemica cali il silenzio, ma che non venga lasciato cadere il tema drammatico della sicurezza e della legalità nelle nostre città che meritano più degli sceriffi di carta.
Salvatore Scarpino