"Sui miei film più belli s’è scatenata la censura"

In occasione del festival <em>I 1000 occhi</em>, che ripropone pellicole ispirate a Stendhal, Antonella Lualdi ricorda <em>L’uomo e il diavolo</em> e <em>Lucien Leuwen</em>

Roma - «Le rouge et le noir di Claude Autant-Lara è il mio film più bello - mi dice Antonella Lualdi -. In Italia uscì però col titolo L'uomo e il diavolo, come se qui si ignorasse il romanzo di Stendhal». Nata nel Libano allora francese, l’attrice italiana - che vedete in tv nel Commissario Cordier - partecipò poi a Lucien Leuwen, sempre di Autant-Lara, sempre da Stendhal.

In Italia Le rouge et le noir aveva perso il giusto titolo e tre quarti d’ora a causa della coalizione fra distributore e censura? Ebbene, la coproduzione tv franco-italo-belga Lucien Leuwen non è mai stata trasmessa! Ora rimedia il festival «I 1000 occhi» (Trieste, teatro Miela, fino al 27 settembre), che include altri film stendhaliani, come La certosa di Parma di Christian-Jaque, Prima della rivoluzione di Bertolucci (ricalco della Certosa) e La contessa scalza di Mankiewicz, ispirato ad Armance: nel film, Franco Interlenghi, reale marito di Antonella Lualdi, recitava da fratello di Ava Gardner.

Signora Lualdi, la Rai co-produsse Lucien Leuwen senza poi trasmetterlo...
«Per me resta un mistero. Eppure c’erano anche altri attori italiani, come Mario Ferrari».

Autant-Lara se lo spiegò?
«Nemmeno lui. Nel caso de Le rouge et le noir, non so perché sia stato tanto tagliato in Italia».

Lui come la prese?
«Venne a casa mia, a Roma, arrabbiatissimo: “Ho rispettato Stendhal - diceva - e in cambio mi censurano!”».

Lei come divenne co-protagonista del film?
«Autant-Lara m’aveva vista in Quando le donne amano di Christian-Jaque».

Lei recitava già in francese?
«Per me il francese è madrelingua. Come l’italiano di mio padre, come il greco di mia madre. E come l’arabo del Libano».

In Quando le donne amano lei era...
«... Una sposina ingenua ma non troppo. Si trovò così che corrispondevo al personaggio di Mathilde de la Môle».

Ovvero di...
«... Un’aristocratica francese del primo Ottocento».

Me la descriva.
«Collo lungo, vita stretta, naso piccolo (e non rifatto), bell'ovale...».

Identikit non corrispondente alla Lollo, alla Loren, alla Rossi Drago.
«Non faccio nomi».

Come seppe che la voleva Autant-Lara?
«Mi telefonò il coproduttore Gianni Hecht. Ricordo ancora dov’ero».

Dove?
«Al ristorante “Da Nino”, a Roma».

Autant-Lara significava Il diavolo in corpo, capolavoro tratto da Radiguet, avversato in Francia, tagliato in Italia.
«Da francese, Autant-Lara amava trasporre grandi romanzi. Il diavolo in corpo aveva lanciato Gérard Philipe accanto alla già celebre Micheline Presle».

Che l’aveva imposto a Autant-Lara. E ne Le rouge et le noir Autant-Lara, accanto a Gérard Philipe, impose lei, che alla critica piacque.
«Su Le Monde, il critico Jean de Baroncelli m’elogiò in modo straordinario: Julien Sorel ama un’italiana. Anche Stendhal l’amerebbe».

Julien Sorel era Gérard Philipe.
«Avevamo un bellissimo rapporto: si divertiva alle mie invenzioni sul set».

Si divertiva anche con Autant-Lara?
«No, fra loro si beccavano. Ognuno voleva fare il film a modo suo».

Lei come lo faceva?
«Giravamo le scene al modo dell’uno e dell’altro. La versione definitiva sarebbe venuta dal montaggio».

Giravate a Parigi?
«Sì, nei teatri di posa di Boulogne-Billancourt».

Autant-Lara non amava gli esterni.
«No, voleva controllare tutto. Come Fellini».

Autant-Lara era prestigioso, ma temuto.
«A me mostrava ogni movimento da fare, con garbo. Era un ottimo attore. Aggressivo, però».

Ci sono leggende su di lui.
«Aggiungo una verità. Sul set, per lui mediava la moglie: “Lo fa per il tuo bene”, mi diceva».

Morale?
«Ho assorbito la personalità di Autant-Lara riversandola in Mathilde, che quando s’innamora non guarda in faccia nessuno».