Suicida Carlo Lampronti, l’antiquario dei vip

I pezzi del suo negozio erano noti tra gli amanti dell’antiquariato. Lo conoscevano tutti, dai vip che abitualmente entravano e uscivano dal civico 69 di via del Babuino, agli esperti di opere d’arte, quadri e stampe. Ma pochi sapevano che Carlo Lampronti era finito un anno fa sotto inchiesta per usura. Ieri l’antiquario romano ha scelto di chiudere per sempre questa vicenda e si è suicidato gettandosi dal quinto piano di uno stabile a Lungotevere dei Mellini, dove viveva un’amica. È accaduto verso le 6.30 quando l’uomo di 60 anni si è lanciato dalla finestra del vano scale ed è precipitato nel cortile interno.
Nei giorni scorsi a Lampronti era stata notificata la conclusione delle indagini, che avevano portato alla richiesta di rinvio a giudizio da parte del gup. L’inchiesta era scaturita dalla denuncia di un cambiavalute che lavorava ai Parioli. Secondo l’esposto della vittima l’antiquario avrebbe preteso interessi oscillanti tra il 5 e il 7 per cento mensile per la restituzione di un prestito iniziale di circa 540 milioni di vecchie lire, concesso alcuni anni fa. Con il tempo il debito era lievitato a tal punto che il cambiavalute si era rivolto ai carabinieri, che a loro volta avevano eseguito il decreto di sequestro preventivo, emesso dal gip presso il Tribunale di Roma su richiesta del pm Pietro Pollidori.
Il 12 marzo, così, i militari avevano messo i sigilli al negozio in via del Babuino, a quello in via Ugo de Carolis, e avevano sequestrato diverse auto, un box e tre appartamenti, tra i quali quello in via dei Greci, dove l’uomo viveva e dove sono stati trovati assegni per 12 milioni di euro, detenuti a titolo di garanzia dei prestiti elargiti. I colleghi e i commercianti del centro erano rimasti sconvolti alla notizia.
Oggi presso il Tribunale del riesame era prevista l’udienza per la vicenda del sequestro dei beni. Ma Lampronti ha scelto di tirarsene fuori e lasciarsi tutto alle spalle. Appena pochi giorni fa l’antiquario aveva detto che avrebbe affrontato l’iter giudiziario con serenità e fiducia nella giustizia. Ma forse non ce l’ha fatta, per vergogna o perché non voleva veder crollare il suo impero avviato nel 1914 dai suoi avi, originari di Ferrara, che avevano scelto proprio via del Babuino per iniziare i loro affari.