Suicida in cella la br Blefari basista dell’assassinio Biagi

RomaLa neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l’omicidio del professor Marco Biagi del 19 marzo 2002, si è uccisa a 41 anni. Sabato sera, dopo che le era stata notificata la sentenza di conferma dell’ergastolo, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella sua cella a Rebibbia. La terrorista era entrata in depressione; visitata tre giorni fa da uno psichiatra era stata trovata fortemente provata. Rifiutava cibo e contatto umano. Accusava gli agenti di volerla avvelenare. Pensava a un complotto «siete d’accordo con D’Alema che mi vuole uccidere...». Un mese fa aveva annunciato il suicidio e alla fine ha mantenuto la parola. Sabato alle 22.35, poche ore dopo la notizia della Cassazione, si è impiccata. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta. Si tratta del cosiddetto «modello 45», ossia un fascicolo senza indagati e senza ipotesi di reato.
La donna, che nel giorno dell’arresto si era dichiarata «militante rivoluzionaria del Partito comunista combattente», era l’affittuaria del covo romano di via Montecuccoli, un appartamento dove i terroristi responsabili della morte di Biagi e D’Antona custodivano un arsenale con 100 chili di esplosivo e l’archivio delle «Nuove Brigate Rosse». Riconosciuta come «la compagna Maria» – che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell’omicidio – alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell’omicidio e la partecipazione al pedinamento a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche un file con la rivendicazione dell’omicidio. Ora si parla di morte annunciata, tirando in ballo la vivibilità in cella, e in generale le condizioni delle carceri italiane. Per il ministro Alfano, che annuncia un’inchiesta, «Diana Blefari era comunque in una situazione carceraria compatibile con le condizioni psicofisiche». Polemico invece il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni: «Il sistema carcerario italiano ha dato l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima. I precedenti familiari della donna - continua Marroni - le condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, la solitudine, il rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva far scattare l’allarme». Il Garante ricorda che nel novembre 2007 aveva già denunciato il caso Blefari Melazzi come «soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia, morta suicida». «Nel suo delirio la Blefari Melazzi - scriveva all’epoca Marroni - ritiene che la struttura carceraria agiscano contro di lei. Le detenute ascoltano quotidianamente le sue urla. Per lunghi periodi la donna si chiude al mondo».
In queste ore sta emergendo l’ipotesi che la terrorista avesse cominciato a collaborare con la giustizia. Sempre sabato aveva avuto un colloquio con alcuni investigatori che risulterebbe non essere stato il primo. La Blefari Melazzi aveva fatto capire di essere disposta ad essere sentita su Massimo Papini, il 34enne attrezzista arrestato un mese fa a Castellabate dalla Digos di Roma e Bologna, assieme ai colleghi di Salerno con l’accusa di partecipazione alla banda armata Brigate rosse per il Partito comunista combattente. Papini era sentimentalmente legato alla Blefari Melazzi. La brigatista avrebbe dovuto essere interrogata in questi giorni ma la condanna definitiva aveva determinato lo slittamento del colloquio.