Suicida sulla tomba di nonno Farinacci

Ha vissuto una vita intera all’ombra di una parentela «pesante» ma
difesa con orgoglio. Ieri, Pietro Enrico Mola, 65 anni, medico, si è
sparato al petto con un fucile da caccia nel luogo dov’è sepolto il
gerarca

Un suicidio merita di venir trattato sempre con garbo, rispetto. C’è, infatti, una nebbia impenetrabile che, di solito, avvolge un suicidio. C’è la difficoltà di vivere, di resistere, c’è un dolore che non si riesce più a sopportare, c’è la scoperta di una malattia che si pensa di non aver la forza di combattere. C’è un’esistenza che ha sempre stentato a rimanere sui binari giusti. C’è il peso di un colpa da espiare magari addirittura anche se la colpa è di un altro. Un amico, un parente, un genitore. A quali di queste categorie di malessere si possa far risalire il suicidio di Pietro Ercole Mola, 65 anni, nipote del gerarca fascista Roberto Farinacci, è, alla luce di queste considerazioni, piuttosto difficile da stabilire. Un gesto eclatante e sconcertante al tempo stesso il suo. L’uomo, un noto medico di Cremona, ha infatti deciso di spararsi ieri mattina con un colpo di fucile al petto, proprio sulla tomba del nonno. E su quella tomba, quasi adagiato, lo hanno trovato alcuni addetti del cimitero. Accanto al cadavere è stato trovato un suo biglietto sul quale ci sarebbero semplicemente delle disposizioni testamentarie, nulla di più. Nulla che aiuti la famiglia e gli investigatori a chiarire la causa del suo gesto. Il medico, decisamente conosciuto a Cremona per il suo impegno al pronto soccorso dell’ospedale, era figlio di una delle figlie di Farinacci. Lontano dalla politica. Ancor più lontano dalle esasperazioni fasciste o dalle nostalgiche manifestazioni, Mola aveva, comunque, sempre mostrato uno straordinario legame affettivo verso il nonno. Tanto che ogni anno, partecipava ad una commemorazione nella quale vengono ricordate le figure di Roberto Farinacci e di Mussolini, che si tiene in Aprile, proprio al cimitero di Cremona.
E, puntualmente, anche quest’anno, pochi giorni fa, il 30 Aprile aveva preso parte alla cerimonia e aveva letto pubblicamente una preghiera sulla tomba del gerarca. Noto come il «ras» di Cremona, Farinacci, nato a Isernia nel 1892, si era trasferito giovanissimo nella città lombarda, dove da dipendente delle ferrovie aveva cominciato la sua ascesa politica. Fondò con Mussolini i Fasci di Combattimento. Fu uno degli organizzatori e propugnatori dello squadrismo, decisivo per l’affermazione mussoliniana, soprattutto nelle campagne della pianura padana. Fu segretario del partito fino al 1926; catturato il 28 Aprile del 1945 nei pressi di Vimercate, venne fucilato al termine di un processo sommario. Chissà se la storia, la controversa figura del nonno ha in qualche modo segnato la vita di questo tranquillo e stimato medico cremonese. Secondo alcuni parenti il medico soffriva ultimamente di crisi depressive in seguito alla scoperta di una malattia incurabile, ma la notizia non viene affatto confermata da altri familiari. Resta il fatto che ieri mattina è andato di buon’ora al cimitero portando con sè il suo fucile da caccia, legalmente detenuto, si è seduto sulla tomba di famiglia e si è sparato al petto. Chiudendo la sua esistenza così, con un grande punto interrogativo. Un peso sul cuore,un angoscia insopportabile. Il peso di un nonno tanto controverso, tanto odiato ancora ? Chissà, forse. E quel suo frequente ritornare sulla tomba di quel nonno? Per pregare? O per espiare, forse, le colpe di quell’uomo? Difficile dirlo. Difficile interpretare il suo gesto. Certo la Storia ha seminato esempi illustri di quel peso, spesso insostenibile, che figli, nipoti, parenti hanno provato portandosi appresso il fardello di un cognome controverso e magari odiato. Il parallelo più recente lo possiamo ritrovare nella Spagna dei giorni nostri. Dove proprio pochi giorni orsono, Niklas Frank, 71 anni, figlio di Hans Frank governatore nazista che in Polonia venne tristemente soprannominato il «macellaio», per le sue stragi e la sua repressione in campo di concentramento, ha confidato al quotidiano El Pais la sua vita di tormenti e di rimorsi. La sua angoscia costante che, ancora adesso a 71 anni, lo costringe a vivere di incubi e cercare di espiare le colpe del padre attraverso conversazioni sul nazismo con gli studenti, e con il racconto, spesso autobiografico, racchiuso in alcuni libri, che ha voluto scrivere con spirito fortemente critico nei confronti del regime hitleriano. «L’umanità-si è sfogato- non si è liberata, non è riuscita a liberarsi del passato nazista. Ma per molti sembra che il nazismo sia ancora solo un mio problema. Un problema con cui ho dovuto e devo fare i conti ogni giorno».