IL SUICIDIO DELLA POLITICA

Stenio Solinas

La società contemporanea è la società della seduzione, teorizza Gilles Lipovetsky nel suo Piacere e colpire (traduzione di Riccardo Mazzeo, Cortina editore, pagg. 418, euro 29), da quella erotico-pubblicitaria a quella capitalistico-consumista e la parola d'ordine è, appunto, la stessa che dà il titolo al suo saggio. Eppure, se l'iper-modernità contemporanea ha accettato l'idea di bellezza e le strategie per accentuarla, c'è un settore della nostra esistenza che nonostante tutti gli sforzi fatti sembra refrattario a quanto appena detto. È quello che attiene al Politico, caso limite di un «regno della seduzione infelice» per dirla con Lipovetsky, ovvero, per dirla in (...)

(...) parole povere, di una politica troppo brutta perché qualcuno ne possa essere sedotto.

Il tema è interessante e vale la pena ragionarci su. Come osserva l'autore, dalla metà del secolo XX è cominciata l'avventura dello Stato-spettacolo che aveva appunto come suo corollario la politica-seduzione: «Coadiuvati dagli esperti di immagine, i dirigenti imparano a mettersi in scena e a esporsi; si prendono cura del proprio look, si mostrano nei talk show dove svelano i loro gusti e fanno altre confidenze personali; nei meeting, i leader vanno in scena accompagnati dalle celebrità dello show business e del cinema; si esprimono sui social». È la videopolitica, una nuova era della comunicazione dove le strategie di seduzione non sono più specifiche, legate cioè al contenuto, al logos, al discorso politico, ma consustanziali al regime che le informa, alla recita che va in scena, all'attore che la rappresenta. Eppure, se tutto ciò è fatto per attirare l'attenzione e ottenere i favori del popolo, «la politica scrive ancora Lipovetsky - è sempre più oggetto di sfiducia, di cattiva considerazione, di sospetto da parte dei cittadini. Se l'economia consumistica dimostra ogni giorno la sua potenza d'attrazione nei confronti dei consumatori, la politica, dal canto suo, appare come una sfera segnata da una seduzione repulsiva o negativa. Il nostro cosmo politico è strutturato da due fenomeni contrari: via via che si generalizzano le operazioni affascinanti loro indirizzate, i cittadini si mostrano sempre più disincantati nei confronti degli eletti. Il mondo politico funziona ai nostri giorni come una macchina ampiamente anti-seduttrice».

La prima osservazione da fare è che, ragionevolmente, l'idea dell'elettore-consumatore non è poi più così al passo con i tempi, meglio, con la realtà. Per quanto potesse essere in linea con un percorso che partendo dalla eclissi della fascinazione esercitata dalle ideologie, con l'annesso declino delle fedeltà partigiano-politiche, si era poi orientato verso la personalizzazione leaderistica del potere, che di fatto abbinava la fine della politica come sogno al trionfo della politica dell'immagine, è proprio quest'ultima a usurarsi sempre più velocemente. Il che, detto in altri termini, significa che l'elettore-consumatore si stanca sempre più presto perché sempre più presto si rende conto che, di fatto, consuma il vuoto.

Per certi versi siamo di fronte alla «egopolitica» e insieme alla «peopolizzazione» della vita politica, un qualcosa che è andata di pari passo con lo sprofondare delle cause collettive a vantaggio dell'individuo, divenuto valore e riferimento supremo. L'incapacità della politica si deve proprio alla sua abdicazione a rappresentare il ruolo che le competeva - idee guida, progetti, riforme, etcetera - accontentandosi di una visibilità effimera. «Meno i politici hanno grandi idee, più si sforzano di acquistare una grande visibilità e sono presi dal panico all'idea di rimare o diventare sconosciuti. Quando le grandi ambizioni di cambiare il mondo scompaiono, resta la magia della celebrità, poiché permette di provare il giubilo di farsi vedere, mostrarsi, provare il gradimento narcisistico della divinizzazione». Paradossalmente, oggi gli unici a essere sedotti dalla politica sono gli stessi politici.

L'altro paradosso è una corsa al relooking da un lato, il continuo riadattare la dimensione dell'immagine nell'ansia di poter scomparire, il sondaggismo dall'altro, una sorta di horse-race reporting, di attività politica come corsa di cavalli, dove i sondaggi prevalgono sui programmi e prendono il posto dell'attività politica stessa, troppo scialba in sé per creare interesse. Quando si dice che l'Italia è sempre in campagna elettorale, si dice un falso che sembra vero. Si finge di essere in campagna elettorale perché così si nasconde la mancanza di idee per farla veramente...

L'altro elemento da tenere in considerazione è che la politica, incapace ormai a fare il suo mestiere, finisce per ridursi a quella sfera etica che non le è propria e che per secoli aveva tenuto separata proprio in nome dell'autonomia e della ragion d'essere del Politico. Come scrive Lipovetsky, «quando la questione più importante diventa l'esemplarità morale degli uomini pubblici, la politica non fa più sognare. Se la politica si misura con il metro delle virtù morali, l'incanto politico si eclissa». Epurare stanca, in tutti i sensi, e forse è giunto il tempo di separare il consumatore dall'elettore, la politica dal marketing...

SS