Il suicidio politico dell’Udc lancia Fini come «delfino»

Marco Palmisano

A Roma una grande, grandissima manifestazione di popolo. La piazza rigurgita, stracolma, di oltre un milione di persone del centrodestra rappresentate dalle bandiere e dai leader di partito fedeli e vicini al fondatore della Casa delle libertà, Silvio Berlusconi, il padre di questo popolo.
A Palermo, in un medio piccolo palazzetto dello sport, appunto, una normalissima manifestazione di un piccolo partito, l’Udc, che di roboante ha solo il nome di battesimo del suo segretario.
A Roma, l’intero popolo italiano, rappresentato idealmente da oltre un milione e mezzo di partecipanti alla straordinaria manifestazione di piazza, abbraccia e riconosce in Silvio Berlusconi il suo leader naturale, tributandogli autentico calore umano, affetto e stima personale, morale e politica. Ma sempre a Roma, all’ombra del grande e insostituibile padre della Casa della libertà, esce allo scoperto la figura sempre più definita e chiara di un delfino pronto a raccogliere l’eredità del fondatore. Con un intervento lucido, appassionato e carico di contenuti, Gianfranco Fini si è imposto alla ribalta dell’intero popolo del centrodestra esibendo una straordinaria dimostrazione di autorevolezza e di fluidità verbale oltre che di comportamento. Bravo e intelligente.
A Palermo, invece, il piccolo comizio del leader dell’Udc, organizzato per distinguersi ancora una volta, si trasforma nel suicidio politico del suo ambizioso leader, dimostrando che anche in politica la lealtà e il rispetto pagano molto di più di quanto non facciano opportunismo e piccoli calcoli personali di bottega. E così, mentre Fini si consolida definitivamente, di fronte all’Italia e all’intero popolo del centrodestra, come il numero due in assoluto più accreditato da Berlusconi e dalla grande piazza di Roma, a Palermo, nel piccolo palazzetto scelto dall’Udc, Casini si accredita come il numero uno di una piccola minoranza destinata a essere letteralmente inghiottita dal fiume degli eventi. Miope e punito.
In conclusione una riflessione sull’intera manifestazione e sulla presenza della Cdl in piazza. Due richieste e un dato di fatto.
Le due richieste, che diventano la linea politica delle prossime settimane, le ha espresse il leader del centrodestra. La prima, sul fronte istituzionale: ricontare le schede elettorali, tutte, quelle nulle e quelle bianche. Lo richiede da mesi, tra i lazzi e i sorrisini del centrosinistra, il presidente Silvio Berlusconi ma adesso lo richiede l’intero popolo del centrodestra e i suoi rappresentanti dovranno manifestare questa urgenza al presidente della Repubblica. A questo punto è un dovere istituzionale grave e impegnativo. Diversamente, se questa possibilità fosse ancora negata, si torni alle urne.
La seconda richiesta proveniente dal leader è che da Roma è nato, di fatto, il nuovo Partito italiano della libertà, aderente in toto al manifesto programmatico del Partito popolare europeo.
Il suicidio politico di Casini è quello di restarne fuori, il dato di fatto politico è che dalla grande manifestazione popolare di Roma, insieme al Partito della libertà è venuto alla luce, indiscutibilmente, anche l’erede di Silvio Berlusconi da lui battezzato pubblicamente, da oggi, con il nome «dell’amico e mio vicepresidente del Consiglio: Gianfranco Fini».
L’erede ha capito l’antifona e ha saputo subito trarne profitto: ha svolto un discorso da autentico leader politico di razza e ha chiamato volutamente Silvio Berlusconi presidente del Consiglio. I due si intendono a meraviglia, Umberto Bossi condivide, la Casa del centrodestra, unita più che mai applaude e, mentre Prodi si deve preparare a fare le valigie, Casini medita e piange.
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