Il suicidio di un uomo perbene

Da consigliere comunale fu incarcerato per presunte irregolarità nella gara per la gestione di un hotel


Il fantasma del palazzo di giustizia ha gli schiavettoni ai polsi, l’anima stuprata, un cappio stretto al collo. Il volto scavato dalla gogna è quello di Giovanni De Blasiis, anonimo funzionario regionale, consigliere comunale democristiano, autore di dettagliatissime denunce contro quegli stessi magistrati che oggi finiscono indagati e si fanno la guerra. È lui la vittima sacrificale del furore giudiziario della procura di Potenza. Anni addietro venne indagato, ammanettato, sputtanato sui giornali, rovinato per sempre ancorché assolto in ogni grado di giudizio. Alla fine ne uscì intonso, pulito, persino risarcito. Ma non ha retto al tritacarne giudiziario, al chiacchiericcio, ai sospetti. La mattina del 14 novembre 2004, undici anni dopo il suo arresto, Giovanni bacia in fronte i suoi bambini e dà appuntamento alla moglie per la sera, sapendo che non la vedrà più. Corre incontro alla morte nella casa di campagna, si chiude dentro, passa la corda sotto al mento e dà un calcio alla sedia.
Questo è il crisantemo all’occhiello della procura di Potenza di cui si trova traccia negli atti depositati al Consiglio superiore della magistratura. Una storia simile a tante di Mani Pulite. Una vicenda locale per modo di dire, da raccontare comunque - scrivono gli avvocati dell’Unione Camere Penali - a imperitura memoria. E allora. Nel giugno del 1993 De Blasiis finisce in galera nell’inchiesta del pm Genovese su presunte irregolarità nella gara per la gestione del «Grande Albergo» di Potenza chiuso per danni da terremoto. In cella ci resta «appena» tre settimane perché la Cassazione annulla l’ordinanza d’arresto. Quando esce è sconvolto ma deciso a far valere le sue ragioni. Organizza sit-in, distribuisce opuscoli, gira un video raccontando le irregolarità dell’inchiesta. Purtroppo deve aspettare cinque anni per ottenere il proscioglimento dal Gip causa l’insussistenza del fatto contestato, altri due per il riconoscimento dell’ingiusta detenzione da parte della Corte d’appello. Contemporaneamente s’impressiona così tanto per il suicidio di un sindacalista indagato a Lanciano, che sente il bisogno di rivolgersi alla vedova. Sembra scrivere a se stesso. «Perdona gli aguzzini di tuo marito, impiega il resto della tua vita nella pratica della richiesta di giustizia. Anche io sono stato sul punto di suicidarmi, ma per fortuna mi sono fermato a livello di tentativo, anch’esso non determinato. Suo marito non ce l’ha fatta, non ha retto, e lo capisco. Il Signore ha conosciuto il suo strazio e la sua lacerazione interiore: l’ha già perdonato». Premonitore. Quand’anche la Corte europea dei diritti dell’uomo gli dà ragione condannando l’Italia per le lungaggini del processo e per palesi violazioni dei diritti fondamentali dell’individuo, l’ex consigliere comunale ha già imboccato una strada senza uscita. E senza ritorno.
Il documento dell’Unione delle camere penali inviato al Csm è terrificante nell’esposizione dei fatti riportati. Da brividi il racconto dell’avvocato Giacomo Saccomanno, difensore di De Blasiis, che al Giornale rivela: «Sto partendo alla volta della procura di Catanzaro che mi aspetta per prendere copia degli atti di questa storia allucinante. Il mio assistito è stato indotto al suicidio. In tempi non sospetti aveva denunciato ciò che solo ora sta venendo fuori, aveva fatto i nomi dei magistrati corrotti, gli intrecci tra procure. Si sono inventati un reato inesistente per farlo tacere, raggiungendo l’obiettivo. L’onta del carcere per una persona per bene è insopportabile. Per questo, nonostante le sentenze favorevoli, Giovanni si è tolto la vita. La sua riabilitazione è un atto di giustizia, e io gliela devo perché era un uomo retto, onesto, coraggioso». Tra i documenti già depositati al Csm, e da domani sulla scrivania del pm catanzarese Luigi De Magistris, la ricostruzione del caso De Blasiis illustrata dall’Unione delle camere penali. Testuale: «L’uomo che tanto aveva lottato per ottenere un riconoscimento formale della sua onestà, era stato già distrutto dal tempo e dall’attesa per un processo che non doveva e non poteva nemmeno iniziare». Il trascorrere degli anni non aveva lavorato a favore del consigliere comunale. Scrivere ogni giorno una lettera al presidente generale della Cassazione, Ferdinando Galli Fonseca, era un palliativo che lo teneva comunque in vita. «Con il suo arresto - si legge ancora nel documento - era stata consacrata la sua morte civile. De Blasiis aveva una sola preoccupazione: il fango che si sarebbe riversato sulla sua famiglia rendendo ai propri figli e alla moglie la vita impossibile. Non riusciva più a considerarsi persona degna di poter vivere a contatto con la società civile, non poteva accettare di essere considerato un criminale avendo per tutta la vita inseguito la legalità e la giustizia».
Dopo l’assoluzione passava per rompiscatole. Veniva schernito, snobbato, umiliato. «Ha deciso di mollare quando ha perso ogni fiducia nella giustizia e nelle regole. È ora che qualcuno paghi per la sua vita distrutta...».
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