Il suk delle liste Scoppia la lite su firme e posti

da Roma

Arturo Parisi - sia pure con elegante perifrasi - esplode: «Sono incazzato». E a ragione. Altro che rito battesimale. Altro che festa della democrazia. Il primo vagito del nuovo partito, la raccolta firme per primarie e Costituente del Partito democratico (il termine scadeva ieri a mezzanotte), si è rivelato un piccolo, cruento bagno di sangue.
Se giri per le sedi della politica capitolina, in un soleggiato sabato, te ne rendi conto. Nel variegato schieramento veltroniano - fortissimo nell’organizzazione - si è sfiorata la guerra civile, per un paradosso di scarsità: c’era grande facilità a raccogliere le firme in poco tempo, ma pochissimi posti da dividere e tantissime «bocche» da sfamare. Un bella torta, ma da spartire fra decine di capibastone voraci. Per tutti gli altri cinque concorrenti era esattamente il contrario: tanti posti liberi in lista, ma grande difficoltà a raccogliere capillarmente l’incredibile mole di carta necessaria a concorrere. Così il piccolo colpo di scena, a via Bergamo 43, sede del comitato che certificava le firme, si materializza nelle plastiche forme di Mario Adinolfi alle 18.50 del pomeriggio. Infatti il blogger «anti-Casta» (autodefinizione sua), l’outsider del duello per il Pd, è - a sorpresa - il primo (e per tutta la serata l’unico) a consegnare i moduli completi dei 22 collegi della Capitale. Senza avere nessuna struttura di partito, senza risorse economiche se non quelle dei sottoscrittori e volontari organizzati via internet. Lo vedi entrare con il plico sotto braccio - nello stupore generale degli uomini del comitato - accompagnato da cinque ragazzi con la t-shirt blu della sua lista, «Generazione U». La prima notizia è già in questo dettaglio, visto che per un motivo o per un altro, tutti gli altri sono arrivati sul filo di lana.
Basta dare un’occhiata al regolamento della competizione (un capolavoro di sbarramenti compilato dai dottor Sottile di apparato), e si capisce subito il perché: il quorum di 100-150 firme per ognuno dei 475 collegi nazionali in cui è diviso il territorio (quelli del vecchio Mattarellum, per intenderci) si è rivelato una barriera durissima. In pratica ogni candidato aveva bisogno non solo di 20mila firme, ma di raccoglierle in maniera uniforme in ogni frazione d’Italia. Persino Rosy Bindi, la più forte dopo il sindaco di Roma, ancora a metà pomeriggio aveva il telefono rovente: «Servono 10 sottoscrittori ai Castelli!», «Chi conosci a Genzano?», «Quante ne mancano per chiudere Roma 6?». Insomma, un inferno. La vera difficoltà di questa operazione certosina, quindi, si è capita solo ieri.
Ecco perché in serata a piazza Santi Apostoli, sede nazionale dell’Ulivo, e base occasionale del comitato bindiano, si aggira un Arturo Parisi a dir poco inferocito. Lo guardi in faccia anche solo un secondo e capisci che sotto la barba rada la luna è storta. A chi gli chiede se sia amareggiato risponde: «No. La parola finisce sempre per ato, ma vi assicuro che è un tantino peggio di... amareggiato!».
In tempi beppegrilliani non fa scandalo la decodifica, il leader dei Democratici è proprio «incazzato». Con chi? «Il Pd - spiega Parisi - è stato in gran parte costruito male, partendo dall’alto, in continuità con il passato». E poi, rincarando la dose: «Se mi candido - spiega - è solo per evitare che le parole con cui abbiamo animato le battaglie uliviste di questi anni si riducano a slogan, per evitare che gli slogan servano a coprire il danno fatto impedendo ogni rimedio e per avere un luogo e un’occasione per dirlo».
Arrivati alla stretta, poi, si capiscono tante altre cose. Ad esempio che la vera partita non sarà la percentuale totale raccolta dai candidati, ma il numero di consiglieri costituenti che riusciranno effettivamente ad eleggere nei collegi. Ovvero: quanta percentuale otterranno tra i 2400 eletti totali. Infatti, con questo regolamento, un candidato, per paradosso, può raccogliere il 2% e non eleggere nessuno. O viceversa l’1%, e portare il 2% per cento degli eletti. Infatti, lo sbarramento reale avviene collegio per collegio, dove si divide con il proporzionale per diversi quozienti.
E qui c’è l’altro inghippo. Intanto perché si procede per liste bloccate (lasciando così il controllo agli apparati). E poi perché tra i veltroniani, per essere testa di lista, molti hanno preferito farsene una da sé. Ed ecco l’altro effetto di moltiplica, che produce quattro liste (quattro!) per il sindaco di Roma. Una dei veltroniani «doc», l’altra cosiddetta dei «giovani» organizzata da Giovanna Melandri, e poi quella dei riformisti orfani di Gavino Angius (!) e poi addirittura la microlista dell’onorevole Pasetto (in due collegi a Roma, così per contarsi). Spiega Adinolfi: «La democrazia vuol dire accettare le regole, e noi lo abbiamo fatto: però queste regole erano costruite per avvantaggiare uno dei competitori - indovinate chi? - e questo non è giusto». La Bindi, poi è ancora più laconica: «Io sono l’unica che ha votato contro il regolamento!». Enrico Letta è stato aiutato dai dalemiani, ma ha faticato molto pure lui. Nessuno, oltre a Veltroni, copre il 100% dei collegi. E anche questa è una notizia che rende l’idea di come sarà dura la battaglia elettorale.
Luca Telese