Il suk di Marrakech dà lezioni a Genova

Camminare per la prima volta attraverso il suk di Marrakech è un'esperienza che suggerirei a molti genovesi e non solo.
Al di là della pulizia, del disordine perfettamente ordinato, dei profumi senza maleodori che rendono i nostri vicoli qualcosa di cui vergognarsi e impongono di parlare fluentemente inglese per non farsi riconoscere come italiani prima, napoletani forse e genovesi infine, c'è qualcosa di più. Un messaggio devastante ma, forse, alla fin fine confortante.
Queste persone ci sono superiori e non di poco. E non perché ieri, vicino all'hotel, si sono rotte due piastrelle del marciapiede ed oggi già i tecnici locali le riparavano. Roba che nella città delle Aster post-Periculosa ed ora Vincenziana ci sognamo. Non perché hanno parchi e roseti che venisse un marocchino a gestirci il verde di Nervi! No. Niente di tutto questo. Questo insieme di persone trasuda «Popolo», un concetto nella sua accezione più alta. Queste persone sono parte di un tutto vincolate, certo, da una vis-religiosa che noi non abbiamo più ma questo enorme caravanserraglio che non dorme mai esprime l'essere uno, l'essere un tutto ed è questo che li rende superiori.
Non vinceranno perché figliano quasi 9 a 1 come ci informa l'Ucoii. Vinceranno perché il nostro nichilismo materialista per cui esistiamo solo nella misura dei pollici del nostro televisore di domani, dei watt dell'amplificatore, dei giga dell'Ipod, della griffe scippata a buon prezzo all'Outlet ci hanno fatto perdere il significato della vita, tutti i nostri valori.
Non ridiamo di vederli in 3 su un motorino scassato mentre noi sfrecciamo sui nostri maxiscooter ipertecnologici. Essi hanno ciò su cui si è basata l'intera evoluzione umana e che noi, in giusto giusto quarant'anni, abbiamo perduto: l'essere uomini, prima che consumatori. La vita di tutti prima del desiderio del singolo.
Peccato che Genova non sarà mai Marrakech.
Mi ci hanno trascinato a forza: chi l'avrebbe mai detto!