SUL BANCO DEGLI ACCUSATI

Il primo atto doveva dunque essere visitare il cantiere della Bocconi a Milano. Così ho fatto ieri. Vi ero già stato qualche mese fa per la richiesta di un giornalista curioso di sapere come trovassi quei volumi chiusi, massicci, che dominavano la strada. Avevo dunque visto soltanto l’aspetto esteriore dell’edificio, e mi era sembrato pesante benché pensato. Ma l’architetto aveva considerato il contesto degradato e aveva progettato, diversamente da Richard Meyer all’Ara Pacis a Roma, a ragion veduta, ponendosi in rapporto con gli spazi e con le quote degli altri edifici. In realtà l’effetto «corpo estraneo» resta, a uno sguardo immediato e distratto, difficile da superare, per chi non abbia rispetto e curiosità per l’architettura contemporanea, e anche per l’impegno a non produrre una mera cubatura funzionale.
Così la seconda volta, avviandomi a visitare il cantiere, vengo fermato da una signora gentile che, ignara della situazione mi dice: «Ha visto che cosa spaventosa? Che cosa pensa di fare? È veramente mostruoso!». Imbarazzato e divertito le presento l’architetta Sally McNamara dello studio Grafton che riceve imperturbabile ma non imperturbata una lezione di cattivo umore popolare. La donna saluta, conferma e se ne va. Dopo pochi passi un negoziante cerca la mia complicità con lo sguardo restando muto.
L’inizio è, dunque, in perfetto stile Celentano. Ma, entrando nel cantiere, non si può riconoscere che, pur nel gigantismo, l’opera ha un ammirevole equilibrio e volumi spaziosi, che consentiranno a migliaia di studenti di muoversi fra aule e cortili con grande comodità e in particolare l’aula magna o auditorium dove si predispone ad accogliere 1500 persone. Vi è anche molta cura per i dettagli e anche per i materiali e una continua richiesta di luce con aperture che favoriscono la luminosità del giorno. L’edificio sembra concepito per essere riempito di luce. Molto evidente l’impatto monumentale con i volumi squadrati in una non so se inconsapevole, singolare consonanza con l’architettura fascista come i palazzi di giustizia o dell’Eur. Questa sensazione si avverte molto più all’interno, nei grandi spazi squadrati e lineari. La simmetria dell’esterno, i piani digradanti sulla strada benché incombenti intendono offrire un’altra immagine dell’edificio attenuandone la solennità.
Probabilmente a Celentano non piacerebbe neanche l’interno, ma non si può negare che lo sforzo dello studio di architettura irlandese vada oltre gli esercizi di stile gratuiti che vengono da alcune star come Zaha Hadid e Arata Isozaki. A questi due architetti insieme al terzo Daniel Libeskind è stato affidato l’intervento di recupero dell’area City life con tre grattacieli di bizzarre forme che segneranno il nuovo skyline di Milano. Celentano storcerà ancor più il naso e motivatamente. D’altra parte i precedenti non sono rassicuranti: un aborto sono risultati i nuovi spazi dell’ex Cobianchi; un luogo di fantasmi il quartiere della Bicocca con l’infelice teatro degli Arcimboldi la cui facciata mima il radiatore dell’automobile. Intorno le palazzine, a paragone del bellissimo villaggio Pirelli del 1923, sembrano «scatole da scarpe» come osservò Anastasia, la più anziana abitante del vecchio quartiere. Né appare di migliore qualità l’intervento di Gae Aulenti in piazza Cadorna con pensiline che sfigurano gli edifici dei primi del Novecento che delimitavano originariamente la piazza.
Veri e propri «gesti» architettonici che non tengono alcun conto del contesto e che, anzi, intendono negare e umiliare. In questo Milano non sembra rispettare la sua evoluzione urbanistica, né garantire una continuità o un’armonia. In compenso estremamente rispettoso dell’architettura di Muzio è l’intervento di Belucchi alla Triennale; riuscendo a cogliere il curioso allestimento di Italo Rota. Un analogo innesto, dello stesso Rota, è auspicabile nel palazzo dell’Arengario che diventerà Museo del Novecento. Più moderni sembrano la riabilitazione dell’area intorno a via Tortona, l’elegante Triennale Bovisa disegnata da Pierluigi Cerri allo stesso modo della bella Fondazione Pomodoro come anche l’hangar Bicocca.
Nel culmine del dibattito fra nuova progettazione e riabilitazione di aree dismesse si pone la proposta di Renzo Piano per trasformare il laminatoio Falck a Sesto San Giovanni in un museo di arte contemporanea. Il tema è alto e pone in contraddizione la piccola Sesto con la grande e impedita Milano che non ha ancora risolto la questione del proprio museo. Nell’area di City life, si è pensato. E non credo che non sia possibile applicare il metodo Piano a un blocco preesistente in quel quartiere che sarà dominato dai tre grattacieli. Celentano potrebbe compiacersi di una soluzione che rispettasse fabbriche e magazzini abbandonati. Piano dall’insolente Beaubourg è arrivato a questa soluzione. Intanto l’architetto David Chipperfield interviene, con una proposta intermedia nell’area che fu dell’Ansaldo progettando un museo della civiltà extraeuropea che convive in un masterplan con i magazzini occupati dai laboratori della Scala: un esempio di integrazione di cui vedremo presto i risultati.
Certamente Milano, al di là delle diverse posizioni, e anche degli anatemi di Celentano che giudica Formigoni e Moratti i genitori di Frankenstein, ha una vitalità che, come nel recente caso del museo del Design alla Triennale, annuncia importanti risultati. E addirittura una nuova città satellite è annunciata in Santa Giulia da Luigi Zunino in una visione non limitata ma aperta. Intanto ci sono i punti dolenti come l’abbattimento dello stabilimento dell’Alfa Romeo e del garage di via Podgora mentre, al momento, il vincolo ministeriale ha salvato il garage Traversi che pure resta una questione aperta. Insomma, Celentano continua a guardare Milano con gli occhi del ragazzo della via Gluck. Ma la città non si può fermare. Occorre guidare lo sviluppo così urgente e diffuso e non fare scelte sbagliate di indirizzo di progetto.
Mettendo insieme politici e architetti, senza trascurare le suggestioni degli osservatori che cercano di salvare l’identità della città. Non è sbagliato quello che dice Celentano: i migliori, come li chiamate voi sono abituati a fare le cose del mondo: «Alte, quadrate e sbilenche, senza alcun riferimento storico. Anzi, appena intravedono qualcosa di storico lo distruggono per sempre».