Sul Campidoglio la svolta storica del cambiamento

Diciamo la verità: venti giorni fa neppure il più fazioso dei simpatizzanti del centrodestra avrebbe potuto immaginare quanto è accaduto ieri. Ora siamo qui ad abusare dei termini che si usano normalmente per le catastrofi naturali, dallo tsunami al terremoto. La svolta in Campidoglio è davvero epocale, storica. Dal dopoguerra a oggi sulla poltrona più alta dell’aula di Giulio Cesare si sono succeduti sindaci democristiani, socialisti e comunisti (con tutte le loro evoluzioni temporali). Tanto che, di fronte al «pericolo» - divenuto palpabile solo negli ultimi giorni - che Gianni Alemanno potesse vincere, i giornali di sinistra avevano puntato su una vera e propria «chiamata alle armi» del loro «zoccolo duro» evocando maree nere e scenari catastrofici. Evidentemente, non avendo fatto tesoro della pesante sconfitta politica al primo turno, hanno continuato a battere sugli stessi tasti, andando incontro a una disfatta che lascerà metaforicamente sul campo morti e feriti. Rutelli, quasi paventando rese dei conti interne, ha detto a caldo che nelle prossime ore saranno analizzati i flussi degli elettori che hanno optato per un voto disgiunto, cioè Zingaretti alla Provincia e Alemanno al Campidoglio. Ci permettiamo di far notare che non servono fini analisti per capire che qualcosa di inspiegabile - ovviamente dal punto di vista dell’ortodossia del già malconcio Pd - è accaduto nelle urne. Alemanno ha azzeccato quasi tutto. Lo sconfitto, invece, tenta di negare perfino l’evidenza: non è questione di onde lunghe o di condizionamenti da emergenza sicurezza, altrimenti avrebbe perso anche Zingaretti. Più semplicemente i romani hanno voluto puntare sul cambiamento, stufi di 15 anni di promesse non mantenute. Oppure - ed è l’ipotesi più probabile - i romani non hanno voluto nemmeno assaggiare la «minestra riscaldata» della sua candidatura. Un film già visto...