Sul clima Bolsonaro ci ripensa, il Brasile rimarrà nell'Accordo ​di Parigi

Jair Bolsonaro fa marcia indietro sulla sua promessa di far uscire il Brasile dall'Accordo sul clima di Parigi. Il neoeletto presidente si dice pronto a sostenere l'Accordo a patto che venga garantita la sovranità brasiliana sulle terre indigene destinate ad essere sfruttate economicamente

La vittoria di Jair Bolsonaro alle elezioni generali brasiliane svoltesi ieri contribuisce a destare preoccupazione nei suoi avversari politici; se però da una parte i socialdemocratici del Partito dei Lavoratori temono ricadute sulla tenuta democratica del paese, dall'altra gli ambientalisti possono per il momento tirare un sospiro di sollievo. Tra le ultime dichiarazioni pubbliche rilasciate dal 63enne neo presidente eletto Bolsonaro c'è infatti una sostanziale marcia indietro su quello che era stato uno dei suoi cavalli di battaglia durante la campagna elettorale: la fuoriuscita del Brasile dall'Accordo sul clima di Parigi. Durante una conferenza stampa tenutasi giovedì scorso a Rio de Janeiro, Bolsonaro ha assicurato che non è sua intenzione abbandonare l'Accordo sul clima, a patto però di riuscire ad ottenere garanzie in merito alla esclusiva sovranità brasiliana sul cosiddetto "Corridoio AAA"; una striscia di terra che tagliando in due il Brasile - dalle Ande all'Atlantico passando per l'Amazzonia, da cui il nome AAA - permetterà la costruzione di una via di comunicazione transnazionale, con una conseguente crescita economica del territorio.

A pesare nel dibattito sulla realizzazione del corridoio è tuttavia la volontà delle tribù indios amazzoniche di mantenere la propria giurisdizione su quelle che sono considerate, anche a livello legislativo, come terre a loro appartenenti. Sia ai sensi dell'Estatuto do Índio, la legge federale che regola i rapporti tra lo Stato del Brasile e le popolazioni indigene, che dalla stessa costituzione brasiliana, la quale all'articolo 231 comma 2 recita: "Le terre tradizionalmente occupate dagli indios sono destinate al loro possesso permanente, spettando loro l’usufrutto esclusivo delle ricchezze del suolo, dei fiumi e dei laghi ivi esistenti". Una presa di posizione che non è mai andata giù al politico brasiliano, da sempre favorevole allo sfruttamento economico delle foreste pluviali e sostenuto con forza in questo frangente dalla potente lobby dei proprietari terrieri fazendeiros, il quale ha in seguito precisato: "Mettete per iscritto che la realizzazione del Corridoio AAA non è in discussione, come non lo è l'indipendenza di nessuna delle terre indigene, ed io sosterrò l'Accordo di Parigi".

Seppur non ancora definitiva e facilmente influenzabile a seconda dei futuri scenari geopolitici, la decisione di Bolsonaro rappresenta tuttavia un cambio di rotta significativo rispetto alle sue dichiarazioni di qualche settimana fa, dove minacciava a gran voce l'uscita del Paese dall'Accordo di Parigi nel caso avesse vinto le elezioni, arrivando a bollare l'intera operazione dei trattati come una cospirazione anti brasiliana: "È un complotto occidentale volto a creare stati separatisti amazzonici sostenuti dall'Onu, in cui i paesi del primo mondo sfrutteranno gli indigeni mentre il Brasile perderà la sua sovranità. E per noi non resterà nulla". Ciò avrebbe portato il Brasile ad essere il secondo stato al mondo a prendere questo tipo di iniziativa dopo gli Stati Uniti, usciti dall'Accordo il 1° giugno dello scorso anno. All'epoca, tra le motivazioni del gesto, il presidente Donald Trump - altro grande nemico delle politiche ambientaliste - addusse un apparente svantaggio economico sofferto dagli Usa a causa dell'Accordo stesso, affermando: "L'Accordo di Parigi indebolirà l'economia del Stati Uniti e li porrà in uno svantaggio permanente rispetto agli altri paesi".