Sul Colle con uno scarto minimo: l’Unione usa il «metodo Leone»

Nel 1971 l’esponente dc fu eletto con solo 13 suffragi di margine. Durante il suo mandato sciolse per due volte le Camere in anticipo

Mario Sechi

da Roma

L’Unione può eleggere il Presidente della Repubblica senza il concorso del centrodestra? In teoria può farlo, ma i Costituenti avevano studiato una serie di contromisure per evitare il dispotismo della maggioranza sul Quirinale: voto segreto, allargamento dell’assemblea ai delegati regionali, maggioranza dei due terzi fino al terzo scrutinio. Questi accorgimenti però non sembrano sufficienti nel quadro politico attuale, tanto che l’eventuale elezione di Giorgio Napolitano rischia di essere catalogata alla voce «minimum willing». Il Presidente della Repubblica che ebbe il più basso scarto di voti e il maggior numero di votazioni fu Giovanni Leone nella vigilia di Natale del 1971: ventitrè votazioni e solo 518 elettori su un collegio di 1.008 aventi diritto, appena tredici voti di scarto rispetto alla maggioranza richiesta.
La scienza politica spiega che il livello di difficoltà in un’elezione presidenziale associa il numero di scrutini ai consensi. Generalmente, più lo scrutinio va avanti, più il numero dei voti diminuisce. Fino al terzo scrutinio la difficoltà dell’elezione è considerata bassa, dal quarto al nono è media, dal decimo in poi è alta.
Se Napolitano arriva al quarto scrutinio con i soli voti del centrosinistra (ammesso che li abbia tutti), oggi potremmo assistere alla poco esaltante situazione di un Presidente della Repubblica eletto con livello di difficoltà medio per numero di scrutini, ma con una supremazia maggioritaria tipica delle elezioni ad alta conflittualità. Solo un certo numero di voti provenienti dal centrodestra potrebbe «temperare» la supremazia della maggioranza, ma i problemi politici, di sistema e metodo, resterebbero tutti in piedi. Il modo in cui viene espresso un presidente spesso è il primo sintomo dei mali di una legislatura: nel caso di Leone, vi furono due scioglimenti anticipati delle Camere (febbraio 1972 e maggio 1976) perché il collegamento tra governo e maggioranza era saltato.
L’idea dell’Unione di procedere unilateralmente nella proposta del candidato (prima D’Alema e poi Napolitano) chiedendo la convergenza su un nome e non su una rosa ha subito compromesso il dialogo. In passato, durante le votazioni si assisteva alla «scrematura» dei candidati man mano che andava avanti lo scrutinio, questo passaggio era necessario quando non c’era un accordo preventivo tra i partiti (raggiunto solo in due casi, Cossiga nel 1985 e Ciampi nel 1999) e rappresentava una saggia via per la ricerca del consenso più ampio.
Non potendo imporre D’Alema - anche per ragioni di dissenso interno - l’Unione ha ripiegato su Napolitano, uomo di parte ma con un’esperienza da presidente della Camera che fa parte spesso del pedigree di un Presidente della Repubblica. Questo tipo di ragionamento però non sembra più valido e il percorso Montecitorio-Palazzo Madama-Quirinale non è affatto naturale. Si potrebbe azzardare a dire che le regole scritte cinquant’anni fa per l’elezione del presidente della Repubblica mostrano la corda. E forse non andiamo molto lontani dal vero, perché la linea politica adottata dall’Unione sembra confermare il timore di quanti vedono entrare la massima carica dello Stato nell’orbita maggioritaria e perdere la sua caratteristica principale: essere il garante di tutte le forze politiche.