Sul filo del rasoio di una crescita drogata

da Milano

Sono riusciti a imbrigliare lo Yangzi, il grande Fiume Azzurro, ma per i cinesi non sarà altrettanto facile frenare la grande marcia dell’economia, sempre più surriscaldata, sempre meno arginabile nonostante le misure restrittive via via imposte dalle autorità monetarie.
Imperterrito, l’ex Impero Celeste cresce facendo leva sul dumping valutario che tiene artificiosamente basso lo yuan, alte le esportazioni e sorregge gli straordinari ritmi di sviluppo degli ultimi anni: dal più 11,5% del Pil nel primo semestre 2007, all’attivo commerciale superiore ai 112 miliardi di dollari; dal più 25% degli investimenti, al 18,5% di incremento della produzione industriale).
È una crescita per buona parte drogata, mancando quasi del tutto l’apporto della domanda interna, con effetti collaterali all’interno degli stessi confini cinesi destinati a esacerbare le già alte tensioni sociali. Un esempio? L’inflazione è salita al 4,4% in giugno, ai massimi da due anni e nove mesi, per effetto dei rincari di prezzo registrati dal maiale e dalle uova, due generi di consumo non proprio destinati a quei nouveaux riches che possono permettersi di brindare con champagne millesimato ai successi di titoli azionari come Industrial & Commercial Bank of China (Icbc), il cui valore borsistico ha superato la capitalizzazione di colossi del calibro di Citigroup, AT&T e Toyota.
L’aumento dei prezzi «non è temporaneo», ha dovuto ammettere ieri la Banca centrale. Il che significa altre strette al costo del denaro in arrivo, dopo i cinque giri di vite che in 15 mesi hanno alzato i tassi al 6,84%. Pechino si muove però sul filo del rasoio: se da un lato una più rigida politica del credito dovrebbe permettere di contenere l’ipertrofia economica e stemperare le tensioni inflazionistiche, dall’altro rischia anche di provocare ulteriori disastri alla Borsa di Shanghai, già epicentro quest’anno di due terremoti finanziari di portata mondiale. Di ciò, il governo è ben consapevole, così come sa che le condizioni di miseria in cui versano milioni di cinesi non ancora investiti dal boom del Dragone impongono il mantenimento di tassi di sviluppo a doppia cifra per garantire, tra l’altro, l’ammodernamento delle infrastrutture, condizione essenziale per portare il lavoro in loco.