Sul Libano soffiano venti di guerra

Invece di impegnarsi in un lungo quanto sterile dibattito sull’Afghanistan, i deputati che oggi voteranno il rifinanziamento delle missioni italiane all’estero avrebbero fatto bene a prestare più attenzione all’altro nostro grande impegno sotto le bandiere dell’Onu: la spedizione nel sud del Libano, fiore all’occhiello del governo Prodi e della sua coalizione, che ha garantito una momentanea tregua nello scontro tra Israele e gli Hezbollah, ma su cui si stanno addensando nubi nerissime. Non solo l’Unifil non sta facendo il lavoro cui era destinata dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza - il disarmo delle milizie sciite nella fascia di confine - ma ora rischia anche di essere presa nel mezzo di un nuovo conflitto, che secondo molti osservatori potrebbe scoppiare entro l’estate. «Mi auguro - ci ha detto un alto esponente della Nato che vuole mantenere l’anonimato - che il comando italiano abbia predisposto un efficiente piano di evacuazione, perché se Hezbollah tornasse ad attaccare, e i Caschi blu non avessero l’autorità di sparargli addosso, il contingente verrebbe a trovarsi in una situazione impossibile».
I segnali che la tempesta si avvicina si stanno moltiplicando. Ormai da mesi gli hezbollah hanno ripreso - sotto gli occhi volutamente distratti degli uomini dell’Onu - a fortificare le loro posizioni e a ricostituire il loro arsenale di missili, con cui sono in grado di colpire quasi metà del territorio israeliano. Dopo avere più volte denunciato questa violazione degli accordi, ieri lo Stato ebraico ha denunciato formalmente la Siria alla segreteria generale dell’Onu per i persistenti invii di armi agli Hezbollah. Immediatamente, il ministro degli Esteri di Damasco, Walid Mouallem, ha risposto che il suo Paese non consentirà uno spiegamento dell’Unifil lungo il confine siriano-libanese, per cui questo materiale, in buona parte di provenienza iraniana, transita oggi senza alcun serio controllo. Secondo autorevoli osservatori militari, Hezbollah disporrebbe già, a cavallo del fiume Litani, che segna il confine della zona di competenza dei Caschi blu, di un numero di missili superiore a quello che aveva all’inizio della «guerra dei 34 giorni».
Come se questo non bastasse, i servizi segnalano la concentrazione nella zona di Tiro (dove sorge un campo di profughi palestinesi praticamente off limits per tutti) di un numero crescente di membri della cosiddetta Jihad globale, rappresentata in Libano dal movimento Al Ansar e collegata con Al Qaida. Questi potenziali terroristi, provenienti soprattutto dal Sudan e dallo Yemen, hanno approfittato del caos per infiltrarsi clandestinamente in Libano e costituirvi una base da cui potrebbero colpire sia Israele, sia le forze dell’Unifil. Sono fondamentalisti sunniti, che non hanno buoni rapporti con l’Hezbollah sciita e Iran-dipendente: per il momento, non è perciò da tenere una alleanza tra loro, ma basterebbe l'iniziativa di uno dei due gruppi per incendiare nuovamente la regione.
Una delle ipotesi più inquietanti è che l’Iran sia tentato di ripetere il trucco dello scorso anno. Allora, riuscì, scatenando i suoi satelliti dell’Hezbollah, a distogliere per qualche mese l’attenzione della comunità internazionale dai suoi programmi nucleari. Adesso che è nuovamente nel mirino del Consiglio di Sicurezza e rischia un inasprimento delle sanzioni, una ripresa del conflitto gli servirebbe a imbrogliare le carte. La Jihad globale, invece, sembra prepararsi a eseguire gli ordini del vertice di Al Qaida, che ha di recente chiesto «una intensificazione delle operazioni intorno a Israele».
Quali piani abbia il governo Prodi, condizionato dalla «equivicinanza» dalemiana e dalle simpatie della sinistra massimalista per tutti i nemici dello Stato ebraico, per fronteggiare questa situazione è un mistero. L’Unifil sotto comando italiano sembra intento soprattutto a non muovere le acque, non provocare nessuno ed evitare qualsiasi iniziativa controversa. Ma basta per giustificare la sua presenza e i suoi costi? Sarà bene che, quando il decreto sbarcherà in Senato, qualcuno ponga il problema con forza.