Sul libro di Pansa cala il silenzio della casta rossa

Caro Granzotto, è uscito il nuovo libro di Pansa e naturalmente fa discutere, in un Paese come questo dove i totem come la vulgata resistenziale sono intoccabilil e guai a chi osa mettere in giro dubbi sulle verità imbalsamate, se poi lo fa addirittura un compagno... è scomunica a vita! In proposito, sto cercando su internet una recensione al libro di Bruno Gravagnuolo, ma non riesco a trovarla: possibile che il Cosacco dell’Unità non abbia scritto nulla, non abbia mandato in edicola perle memorabili su Stalin benefattore dell’umanità, sul compagno Ercoli indipendente da Mosca, sull’assoluta malafede e sull’impreparazione di Pansa? La prego, se mi sono perso qualcosa mi illumini lei che è stato sicuramente più attento.

È come dice lei, caro Danubi. Sull’ultimo libro di Giampaolo Pansa il compagno Gravagnuolo Bruno, noto come il Cosacco dell’Unità, non ha spiccicato verbo. Lui, abitualmente così facondo, così pronto a rintuzzare ogni deviazionismo, ogni sgarro alla vulgata rossa. È che col suo I gendarmi della memoria (Sperling&Kupfer), stavola Pansa è andato a colpire, zittendoli, proprio i Gravagnuolo, ovvero le vestali, i lacché di una storiografia che, con il pretesto di contrastare il revisionismo, è diventata negazionista. È andato a colpire la «casta rossa» dei politici, giornalisti, storici, memorialisti, dei nani e delle ballerine, della bacucca Associazione nazionale partigiani che con protervia stalinista vogliono seguitar a scrivere la storia - della Resistenza nel caso nostro - non per quello che è stata, ma per quello che torna vantaggioso alla causa e tutto perché bandiera rossa abbia a trionfare. Uomini e metodi che Pansa conosce bene per averne avuto a che fare: «Li ho sperimentati tutti - scrive -, tranne il pestaggio fisico. L’incursione manesca per impedire il dibattito su un libro da proibire. La rappresaglia contro le librerie che ospitavano i miei incontri. L’incitamento a farmi del male, diffuso via Internet: «Pansa gambizzato», «Pansa al muro», «Pansa a piazzale Loreto». E i pezzi spocchiosamente critici di Gravagnuolo il quale, come ogni buon comunista, non scomoda gli argomenti, ma mira a delegittimare l’autore.
La cosa sorprendente è che l’imbarazzato silenzio della «casta rossa» è stato rotto - non l’indovinerebbe mai, caro Danubi - niente meno che da Pierluigi Castagnetti. Proprio lui, quel Titano del Castagna. Al quale I gendarmi della memoria non piace già dal titolo «che non promette bene, nel senso che non si dovrebbe fare ironia sui custodi della memoria». Il Castagna non è sfiorato dal dubbio che Pansa non intendesse fare dell’ironia e che al posto della memoria i custodi custodiscano panzane. Ha le sue certezze, lui, e non è disposto a metterle in discussione. Tanto da non sentire il bisogno di quanto meno sfogliare il libro (confessa di non averlo letto) che intende demolire in quanto subdolo prodotto della storiografia da strapazzo che finisce per «confondere il filo della storia». Il quale filo è e deve rimanere inconfondibile perché, sentenzia Castagnetti, «per quanto sia lunga la sequela di violenze narrate e narrabili da parte degli uomini della Resistenza, non solo non potrà pareggiare la violenza «di sistema» del nazismo e del fascismo, ma soprattutto non potrà cambiare la verità della storia». Verità affidata alle mani dei «custodi della memoria» (la «casta rossa»), i soli in grado di impedire che i Pansa la sfumino, ’sta benedetta Verità, «sino a perdere i suoi contorni che pure dovrebbero essere per tutti irrinunciabili». Questo ha di fantastico Pierluigi Castagnetti, caro Danubi: riesce perfino a farci rimpiangere la faziosità ideologica di uno stalinista come Bruno Gravagnuolo.