Sul Manchester cala la nebbia: fine di un’epoca

Disastro economico e crisi tecnica: dopo 19 anni sta per concludersi la carriera di Sir Ferguson in panchina

Tony Damascelli

No Europe, no League, no job. Si fa presto a tirare le somme e a chiudere il sipario, nel football. Il Manchester United è uscito dalla Champions, dopo undici anni consecutivi di luce europea, eliminato dal Benfica che ne fece invece la storia nella finale eroica a Wembley 1968. C’era George Best, che se ne è andato nelle ore appena trascorse. C’era un Manchester che cercava di risorgere dalla tragedia di Monaco. Oggi è tempo di ricordi perché Roy Keane, il capitano irlandese che ha sciolto il suo contratto prima della scadenza, è un’ombra fastidiosa, perché gli sponsor, Vodafone fra questi, ci stanno ripensando, perché il ko europeo pesa intorno ai trenta milioni di euro, perché Alex Ferguson, il monarca, dopo diciannove anni sta per chiudere la valigia, gonfia di sterline e di onori. Davvero tanti, quelle e questi: trentadue titoli vinti tra Aberdeen e Manchester United (11 campionati, 9 coppe nazionali, 1 coppa dei campioni, 2 coppe delle coppe, 1 coppa intercontinentale, 2 coppe di lega, 1 supercoppa europea) un primato migliore di quello stabilito da un altro scozzese, Jock Stein (26 titoli con il Celtic) fermato da un infarto, la stessa saetta che nel 2003 suggerì a Ferguson di darsi una calmata. Difficile nel caso suo, perché nel volto porta i colori della squadra, rosso e bianco, segnale di un temperamento fumantino. Chiedere informazioni a David Beckham e a Peter Barnes. Beck si ritrovò una scarpetta da gioco sul muso, nello spogliatoio Ferguson è abituato a urlare non al muro. Quando il Manchester perse con il Wimbledon, prima stagione del mister scozzese, Ferguson scagliò un sospensorio sulla testa di un calciatore che si stava rivestendo, gli altri erano ammutoliti ma il bersaglio, Peter Barnes restò nascosto sotto la doccia e ne uscì dopo mezz’ora quando il mister se ne era già andato, Alex Ferguson questo è stato, un boy di Govan, quartiere portuale di Glasgow, figlio di una protestante e di un cattolico, gran sostenitore di Tony Blair, laburista sanguigno, affarista feroce al punto da imporre il figlio Jason come procuratore a mezza Gran Bretagna, il fratello Martin come osservatore del Manchester e il nipote Darren come calciatore. Del resto a Govan si faceva così, battaglie a cazzotti per strada contro i banditelli che gli molestavano il cugino poliomelitico, battaglie a catene nel pub di cui era responsabile, battaglie in tribunale con i due azionisti danarosi del Manchester United, l’irlandese Magner e mister McManus che gli restituirono, con gli interessi, le sterline per i diritti di proprietà di un cavallo illustre, Rock of Gibraltar.
Dopo diciannove anni di amore e odio, sir Alex Ferguson sta per dire good bye. Ma ha ancora un capriccio: suonarle al portoghese e al russo, al secolo Mourinho e Abramovich che non sanno come siano fatti i ragazzi di Govan.