Sul mattone pesano troppe tasse

In Italia potrebbero essere un milione gli immobili adatti alla formula degli affitti brevi. Genererebbero un guadagno per i proprietari di 1,8 miliardi e ricavi per l'economia italiana di oltre 4 miliardi. A sostenerlo è uno studio di Halldis, società italiana che gestisce più di 1.850 proprietà in 25 località italiane ed europee.

Il fenomeno degli affitti brevi è in grande crescita per due motivi. Da un lato, la crisi del settore immobiliare degli ultimi anni, che ha perso circa un quarto del suo valore, e dall'altro l'aumento delle imposte sulla casa (Imu, Tari, Tasi), attualmente attestate intorno ai 25 miliardi di euro annui in base ai dati di Confedilizia. Per questo molti proprietari hanno preferito percorrere la strada dell'affitto breve anzichè quello tradizionale.

Oggi sono 500mila i proprietari che hanno trovato negli affitti brevi una soluzione alle sofferenze che affliggono il settore. Su un totale di 34,4 milioni di abitazioni, quelle principali sono 19,8 milioni, le seconde case 5,7, quelle già locate 2,8 e quelle disponibili sul mercato 6 milioni. Se il milione case e proprietà potenzialmente adatte all'affitto breve fosse messo a reddito, ci sarebbero ritorni per lo Stato, i proprietari e l'economia complessiva.

Se si calcola un incasso medio annuo per i proprietari di 2.300 euro (dati Airbnb, una media che va da Milano a Siracusa, da Firenze a Savona) ipotizzando che siano messe a reddito 1 milione di unità, il guadagno per i proprietari sarebbe pari a 2,3 miliardi. Se si sottrae il corrispettivo del 21% della cedolare secca, ai proprietari rimarrebbe un netto di 1,8 miliardi di euro al netto delle imposte. A ciò si aggiunga il contributo delle ristrutturazioni. Secondo Halldis, il costo di una riqualificazione media è di 2mila euro al metro quadro che corrisponderebbe 1 miliardo di indotto su 500mila abitazioni.