Sul Monte Nebo come Wojtyla per rinnovare l’amicizia e la stima per il popolo ebraico

Joseph Ratzinger scruta l'orizzonte dal balcone naturale che si affaccia sulla valle del Giordano, mentre il vento gli scompiglia i capelli e fa svolazzare la mantellina bianca dell'abito papale. Una scena che si ripete nove anni dopo Wojtyla. Un Papa affacciato come Mosè, guarda il panorama mozzafiato che si gode dal Monte Nebo e pensa alla Terra promessa d'Israele. Anche se ieri la foschia non permetteva di distinguere bene la cupola dorata della grande moschea di Gerusalemme, in fondo alla valle. Il patriarca Mosè, secondo la tradizione, giunse fino a qui dopo aver condotto il popolo d'Israele lungo il deserto per quarant'anni. Dio, si legge nel Deuteronomio, gli fece vedere «il Paese di Canaan» che sarebbe stato dato in possesso al popolo eletto: «Io te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai». Mosè, infatti, «morì in quel luogo, nel paese di Moab».
Quando giunse qui, nel marzo 2000, Papa Wojtyla, allora ottantenne, era curvo e tremante, appoggiato al bastone, piegato dal Parkinson. «Alla fine, bisogna visitare i Luoghi Santi», aveva detto un giorno. E quello storico pellegrinaggio in Terrasanta rappresentava il coronamento del suo lungo pontificato. Ieri Benedetto XVI ha salito con agilità i pochi scalini che portano al parapetto, accanto ai resti dell'antica basilica dedicata a Mosè, risalenti al quarto secolo. «Qui, sulle alture del Monte Nebo, la memoria di Mosè ci invita ad innalzare gli occhi per abbracciare con gratitudine non soltanto le opere meravigliose di Dio nel passato, ma anche a guardare con fede e speranza al futuro che egli ha in serbo per noi e per il mondo intero». Lo sguardo sulla valle del Giordano offre al Papa l'occasione di rinnovare la sua stima e la sua amicizia per il popolo ebraico, che incontrerà domani arrivando in Israele: «L'antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda l'inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebraico. Possa l'odierno nostro incontro ispirare il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei».
Come Wojtyla nove anni fa, anche Ratzinger ha piantato un piccolo ulivo. E ha pregato sulla tomba del francescano Michele Piccirillo, il grande archeologo della Terrasanta, recentemente scomparso. Quello al Monte Nebo è stato il momento di maggiore raccoglimento spirituale, in un viaggio che nelle intenzioni di Ratzinger è e deve restare innanzitutto un pellegrinaggio. La seconda giornata della visita in Giordania si è conclusa nel pomeriggio con la recita dei vespri nella cattedrale greco-melkita di San Giorgio, dove Ratzinger è stato accolto dai canti tradizionali in arabo a da fedeli festanti. Il patriarca dei malkiti Gregorios III Laham, giunto da Damasco, nel suo saluto ha usato parole forti in difesa del popolo palestinese. Ma l'omelia del Papa non ha toccato temi politici ed è stata interamente rivolta alla necessità di considerare «l'antico tesoro vivente delle tradizioni delle Chiese orientali» come un arricchimento per la Chiesa universale.
AnTor