"Sul palco da 60 anni ora mi diverto col teatro su misura"

L’attrice Rossella Falk: "Cristina Comencini ha scritto “Est Ovest” apposta per me. Prove al minimo e subito in scena"

«È nato tutto un po’ per caso, anche se credo che ogni caso abbia la sua necessità». Così Rossella Falk racconta la genesi della sua ultima fatica. «Ero andata a vedere l’ultimo spettacolo che Cristina Comencini aveva messo in scena: Due partite. Mi era piaciuto molto e così, come si usa fra gente dello spettacolo educata, sono andata in camerino per dirglielo. Ho trovato una giovane donna che conosceva la mia carriera meglio di me stessa e così si è instaurato un feeling particolare. Mi ha detto “Mi piacerebbe scrivere una commedia per lei”. Io le ho risposto “E a me piacerebbe recitarla”. Est Ovest è nato così».

In scena al Teatro Manzoni di Milano da domani fino al 29 novembre, la pièce è l’ultima fatica della regina incontrastata del nostro teatro. È sul palcoscenico da più di mezzo secolo, ha lavorato con i più grandi registi e con i più grandi attori, italiani e no. Ha fatto dell’eleganza e della sottigliezza la sua cifra recitativa. Gli Amici della Lirica, in occasione del suo compleanno, la premieranno con la Targa d’oro alla carriera, un riconoscimento finora andato a Riccardo Muti.

Signora Falk, ci racconta come ha cominciato con lo spettacolo?
«Ho cominciato che avevo vent’anni, ero una bella ragazza, lo dico senza falsa modestia, venivo da una famiglia borghese amante dell’opera, mi piaceva giocare a tennis e divertirmi...».

E un bel giorno...
«Durante una passeggiata per il centro di Roma venni presentata da un mio amico a Giorgio De Lullo, che mi chiese perché non mi iscrivevo all’Accademia d’arte drammatica. “E perché dovrei?”, gli risposi. “Perché sei molto carina e lì so’ tutte racchie...” fece lui in romanesco».

Un consiglio e un complimento, entrambi molto diretti.
«Punta sulla vanità, presi in parola De Lullo. Ecco, è nato così, per caso. Ma come ho detto, il caso ha sempre una sua necessità».

Che si manifesta a posteriori.
«Mi diplomai all’Accademia con Tumiati nel 1949. Ed esordii in teatro con la Compagnia Morelli-Stoppa».

Ha proseguito con il Piccolo Teatro sotto Strehler. E fino alla metà degli anni Settanta ha fatto parte della mitica Compagnia dei Giovani, con De Lullo, Romolo Valli, Ferruccio De Ceresa... Alla luce di quelle esperienze, come giudica il teatro italiano di oggi?
«Ogni volta che mi chiedono che differenza ci sia fra il teatro di allora e quello attuale, confesso di provare un senso di fastidio. È tutto così cambiato che si fatica a spiegarlo a chi non l’ha vissuto».

Ma quali sono secondo lei le differenze più importanti?
«I teatri erano pochi e il pubblico era tanto. Le tournée erano lunghe e si andava anche all’estero. Le compagnie erano non solo affiatate ma erano vere e proprie famiglie. Non si era strapagati, si lavorava sodo, si proveniva tutti dalle scuole...».

Tutto diverso...
«Capisce la difficoltà a fare il paragone con l’oggi? Oggi un attore, chiamiamolo così, o viene dalla televisione o smania per andarci, non sa cosa sia la dizione, vuole subito molti soldi in tasca».

E a parte chi va in scena?
«Se a quanto ho detto si aggiunge la moltiplicazione degli spazi, il pressappochismo di registi e manager improvvisati, la finta modernità in nome del multimediale, la deriva dei cosiddetti comici, l’incapacità a recitare...».

Ma da spettatrice che cosa preferisce?
«Non guardo molto la tv. Quando posso vado al cinema, sempre di pomeriggio. Comunque, dopo Carmelo Bene nel teatro non c’è stato niente di nuovo».

Secondo lei prima si sperimentava di più?
«A me resta la malinconia e l’orgoglio di aver fatto con Patroni Griffi Metti una sera a cena e Anima nera, di aver diretto l’Eliseo con Orsini e Battista mettendo in scena Tennessee Williams e Cechov.

È suo anche il primo musical italiano, «Applause», che a Broadway aveva visto trionfare la Laurene Bacall. Tornando a «Est Ovest», invece? È una commedia sulla famiglia, il rapporto, vecchi e giovani, lo scontro fra una società sazia e immigrati che lottano.
«Il mio personaggio si chiama Letizia ed è un’anziana signora, lucida e impertinente che vede lo sfascio familiare intorno a sé e non sa tacere. Fra lei e la sua badante nascerà una strana alleanza. Con Cristina Comencini non c’è stato bisogno di fare molte prove a tavolino, il suo è un approccio cinematografico al teatro che sveltisce molto i tempi e porta in due mesi e mezzo gli attori direttamente sulla scena».

Signora Falk, molti ritengono che il cinema non le abbia dato lo spazio che meritava. È d’accordo?
«Ho fatto Otto e 1/2 con Fellini, Io la conoscevo bene con Pietrangeli, ho girato a Hollywood con Robert Aldrich, sono stata diretta da Joseph Losey... niente male direi».

Però...
«La realtà è che non avevo un fisico da maggiorata, che il teatro mi lasciava poco tempo, che recitare sotto la regia di Peppino Patroni Griffi, Orazio Costa, Luchino Visconti, Giancarlo Cobelli, Franco Zeffirelli, Giorgio De Lullo, naturalmente, mi dava un tale piacere e una tale emozione che non c’era film che potesse eguagliarli».

Quindi, nessun rimpianto?
«Ho avuto due mariti, per l’ultimo sono andata a vivere in Svizzera e per quattro anni sono stata lontana dalle scene. Insomma, nella vita bisogna fare delle scelte e io ne ho fatte. Come quella di non aver voluto figli».