Sul palco fumi bianchi e teloni neri La Tosca di De Ana convince l’Arena

Regia forte e coerente per la prima dell’opera. Applausi al soprano Cedolins

Lorenzo Arruga

da Verona

Invocata ed inaspettata, l'ala della grandezza sfiora ogni tanto il mondo disincantato e caotico dell'opera. Sabato sera s'è fatta sentire all'Arena di Verona, gremita, e così le pietre e le stelle, le candeline e le mal trattenute bottiglie che rotolano, i fuochi fatui insistenti dei flash e i silenzi religiosi nell'ascolto di parole librate in melodie soggioganti, non sono stati solo una immagine mirabile da vacanza turistica, ma un intenso rito di verità artistica e popolare.
Si trattava della prima di Tosca, l'opera di Puccini che ha aperto il secolo scorso e l'epoca del melodramma moderno, crudele, inappagato, dove il male non è alluso e condannato, ma chiamato a vivere per segni musicali e per fisiche evidenze. Storia, come al solito, d'amore e di morte; ma l'amante tenore, è un pittore seguace della Repubblica Romana, anticlericale, ma dedito a raffigurar madonne in chiesa; e l'amante soprano è una cantante primadonna, religiosa ma con licenze, che ha attirato con la sua bellezza la cupidigia del baritono; il quale è il ministro della polizia pontificia, che finisce per far torturare il pittore, ricattare la bella desiderata promettendole una finta fucilazione in cambio delle bramate voluttà. Finiranno così: baritono con coltello nel petto, tenore fucilato davvero, soprano giù dagli spalti della rocca di Castel Sant'Angelo.
In questa storia torbida i cantanti lanciano verso il cielo i grandi momenti di tormento e rimpianto: e un Vissi d'arte ben tornito, e un E lucean le stelle appassionato bastano a far festa anche a migliaia di spettatori. Ma altra importanza ed altra verità prendono questi momenti e tutta la serata se nascono da un'interpretazione accurata, forte, credibile. Hugo de Ana aveva da trovarla, con regìa, scene e costumi e luci, nello spazio d'un palcoscenico lontano dagli ambienti descritti dal libretto: una chiesa barocca, un palazzo patrizio, una sinistra rocca dove si fucilano i prigionieri. Ha dunque pensato di darcene l'emozione attraverso simboli e sintesi spettacolari che insieme nascessero nell'intimo delle sensazioni. Occorreva una visione forte e coerente dell'opera; e De Ana l'ha offerta con violenta coerenza, con qualche provocazione inutile, come un'apparizione postuma di Tosca quasi martire, ma con recitazione eccellente, luci precisissime ed immagini esaltanti. La scenografia parte da una specie di chiesa chiusa per restauri, con teloni neri sugli oggetti, laboratorio per il pittore; ma via via che gli oggetti si scoprono, appare enorme e spezzata, testa e braccia, quasi incuneata a forza nella scena, ma in armonia estetica, la figura dell'angelo del castello che aspetta i personaggi come un destino, e che resterà, gigantesca e nuda, fino alla livida alba del finale. E attorno, sempre presente, nel clamore e nel fumo bianco dei colpi a salve di un Te Deum o nella veglia incombente, un manipolo di soldati con i loro cannoni, a ricordare la violenza della guerra incombente, e che imbraccia i segni del potere religioso, perenne tentazione della storia.
Complice il direttore Daniel Oren, diligentissimo nello scandire tutti i momenti e capace di imporre logica e fantasia all'eccellente coro, all'efficiente orchestra, gli interpreti si sono riconosciuti. Il baritono Ruggero Raimondi ha fatto sentire tutto il piano di collusione fra potere sacro e sessuale, consapevole e meditato, con autorità insuperabile, anche se con qualche stanchezza nella voce. Il soprano Fiorenza Cedolins, nella pienezza potente e nel fraseggio accurato, ha tracciato con convinzione un'attrice che sa fingere e tenere testa con odio ma non con repulsione al fascino d'un accorto seduttore. Il tenore, che si consegna alle passioni della vita come a un gioco pericoloso e affascinante, ha avuto l'incantatrice giovinezza, la bellezza lirica della voce, la fedeltà ai colori originali della partitura, la passione contagiosa per il canto di Marcelo Alvarez, che ha dato anche il bis alla sua grande aria. Tutti i non protagonisti, a cominciare da Marco Spotti e Fabio Previati, sono stati bravi e credibili. Alla fine, De Ana si è mostrato in maglietta con la scritta «Pace in Medio Oriente». Non era un gesto d'una linea politica, ma un disperato appello. A un passo da qui, nel villaggio globale, sparano altro che cannoni. Negli applausi lunghissimi e convinti a tutta la compagnia, la speranza e l'impegno che la civiltà porti pace.