Sul palco l’antidiva PJ Harvey Una rocker per intellettuali

Non esiste un’altra cantautrice come Polly Jean Harvey, in arte PJ Harvey, la cui opera può essere definita senza tema di smentite drammaturgia musicale.
Cantautrice colta, alternativa, profonda, in sapiente equilibrio tra cupezza e lucentezza, la versione femminile del poeta maledetto Nick Cave. Anche oggi che è meno dura e cattiva (seppur sempre provocatoria) del passato, che ai suoni ruvidi e crepuscolari degli esordi alterna opere raffinate per pianoforte e voce, non perde il suo carisma e le inquietanti immagini dei suoi brani. Un concerto per molti ma non per tutti quello di domani sera all’Auditorium, dove l’artista si esibisce con il produttore - guru (ma anche chitarrista e polistrumentista) John Parish.
Una strana coppia che unisce e divide le sue strade da moltissimi anni. Negli anni Ottanta, PJ cantava e suonava negli Automatic Dlamini, band sperimentale di Parish. Tra i piccoli capolavori a quattro mani spiccano le opere di metà anni Novanta, Dance Hall at Louse Point intriso di blues e Is This Desire. Brani di asprigno candore e di maledizione, che inquadrano l’anima popolare e al tempo stesso intellettuale e ribelle della Harvey, quarantenne inglese ma cresciuta con il vero e anarchico blues di Robert Johnson, Howlin Wolf, John Lee Hooker fino ad arrivare alle esplosioni sonore di Jimi Hendrix e Captain Beefheart (ma ha ascoltato anche i Police, gli U2 e persiono gli Spandau Ballet). «Il modo in cui cresciamo è il risultato di quello che abbiamo conosciuto da piccoli», ha dichiarato a Rolling Stone. Ma lei, nonostante tutte queste influenze, è partita alla sua maniera, senza guardare in faccia nessuno, alla guida del suo trio con Rob Ellis alla batteria e Ian Olliver al basso (poi sostituito da Steve Vaughan)dandoci dentro persino con l’hard rock. L’agiografia racconta che il debutto fu disastroso; si esibì in un albergo e il proprietario fu costretto a staccare la spina e ad interrompere lo show scusandosi coi clienti.
Ma questa è storia, un pizzico di gossip in una parabola artistica in perfetto equilibrio tra il circuito alternativo e il successo: nel ’95 l’album senza compromessi To Bring You My Love, dove torna alla collaborazione di John Parish, tra blues, archi ed elettronica vende un milione di copie, genera singoli di grande impatto come Down By the Water e viene eletto disco dell’anno dalle più importanti riviste musicali. La semplice Polly Jean senza trucco, vestita a metà strada tra una minimalista e una punk, adotta allora un look più elaborato che si riflette nei suoi spettacoli (parrucche, trucco pesante per cercare di essere, come hadichiarato: «elegante divertente e rivoltante al tempo stesso».
Nel 1998 si invaghisce dell’elettronica e pubblica Is This Desire?, un disco al di fuori dai suoi consueti binari. «Amo cambiare i suoni così come i testi. Mi piace lasciare le cose non dette per lasciare spazio all’immaginazione di chi ascolta». Difficile, anzi inutile descrivere la sua arte. Chi la conosce correrà al suo concerto di domani, dove tra l’altro presenterà il nuovissimo album A Woman a Man Walked By; chi non la frequenta diffiderà del personaggio e delle sue bizze. «Per fare buona musica ci vuole tensione quindi spero di non cadere mai nella trappola di sentirmi a posto con me stessa», è il suo motto. Col tempo è diventata più saggia, ha ammorbidito alcuni spigoli senza perdere la verve e la carica poetica. Ha affrontato il nuovo secolo fondendo il punk delle origini con la forma canzone, il rock con la melodia e partorendo Stories From the City Stories From the Sea, altro lavoro celebrato da pubblico, critica e successo di vendita. È un personaggio antipersonaggio, un brutto anatroccolo che nel 2001 la rivista Q infila di prepotenza tra le 100 donne più influenti nella storia del rock. Album come il più solare (ma sempre alla maniera di PJ) Uh Uh Her e l’incantatorio White Chalk (ancora con Parish) aggiungono ulteriore fascino e spessore al suo personaggio. «Ora conosco meglio la vita; forse sarò meno spontanea e ingenua nello scrivere, ma le cose che racconto vengono sempre dalla mia anima».