Sul palco non parla, ma i suoi testi sono poesie

dal nostro inviato

Bastano le prime note di Sparring partner e il concerto di Paolo Conte all’Ariston si trasforma in un racconto di jazz e parole che i sette musicisti della band (bravo il contrabassista Jino Touche, strepitoso il sax di Luca Velotti) accompagnano con nonchalance per un’ora e mezzo. Lui, Paolo Conte, è quasi sempre seduto al piano (a parte in Molto lontano e Sonno elefante), canta come sa fare con quella voce da Mocambo e, soprattutto, non parla mai. C’è solo musica sul palco e le uniche parole sono quelle delle canzoni, quelle di Sotto le stelle del jazz, Boogie, Genova per noi e altre sedici che dal «naso triste come una salita» di Bartali fino al «pranzo da pascià» di Jimmy Ballando diventano le pagine di un libro ispirato, qualche volta surreale, sempre letterario. Conte ringrazia a tratti, lo fa con cenni secchi e timidi del capo, spesso nascosto dietro al piano, come a dire che non è facile, anche dopo quarant’anni di carriera, farsi applaudire per aver semplicemente raccontato se stessi.