Sul piano salva-euro restano le divisioni

Loro, intesi come la coppia Merkel-Srakozy, continuano a fare i pompieri. «C’è accordo su tutto», ripetono da giorni come un mantra a proposito della soluzione alla crisi del debito. Altri, nella fattispecie il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, non stemperano, non ammorbidiscono. Anzi. Per rendere l’idea dell’impasse, non esitano a entrare a gamba tesa. «Stiamo dando un’immagine disastrosa: l’Ue non offre un esempio di leadership che funziona bene». Ieri, Juncker era furente: a causa delle lacerazioni nell’Eurogruppo, il padrone di casa è stato costretto ad annullare la solita conferenza stampa di fine lavori.
Insomma: disuniti alla meta. L’obiettivo c’è, ma continua a mancare lo spirito di squadra per centrarlo. Non sarà quindi risolutivo il summit dei capi di Stato e di governo di domani a Bruxelles e, a meno di coup de théâtre ora inimmaginabili, neppure quello di mercoledì prossimo voluto dalla Germania. Berlino ha giustificato il supplemento di vertice con la necessità di coinvolgere il Parlamento, ma in realtà sta solo cercando di prendere tempo. Con la speranza che pochi giorni di ulteriori trattative possano bastare a trovare la quadra.
Il nodo principale attorno a cui l’Eurozona si è aggrovigliata resta il rafforzamento del fondo salva-Stati Efsf. È l’architrave dell’intero pacchetto anti-crisi: in assenza di un accordo su questo punto, si apre una frattura nel terreno tale da risucchiare anche il secondo piano di aiuti alla Grecia (sullo sblocco della tranche da 8 miliardi del primo piano entro novembre l’Eurogruppo ha raggiunto un accordo) e, dunque, di far saltare temi delicatissimi in discussione come la partecipazione dei privati al bailout e la ricapitalizzazione del sistema bancario. L’Austria, uno dei “falchi” dell’Eurozona assieme a Olanda e Finlandia, ha reso noto ieri che «non è più sul tavolo da tempo» l’opzione di trasformare l’Efsf in una banca, ipotesi sponsorizzata dalla Francia e osteggiata invece da Germania e Bce. Sarkò avrebbe così compiuto un passo indietro, magari per concentrare i proprio sforzi sulla richiesta di dotare il fondo di un effetto leva da 2mila miliardi rispetto ai 1.000 su cui punta la Merkel. E poi, il problema non è solo tra Francia e Germania, ma riguarda anche l’Italia e la Spagna se per esempio fosse assicurata solo una parte minima del nuovo debito (se il rischio c’è si scaricherebbe comunque sui due Paesi).
L’altro aspetto al centro dei negoziati riguarda il grado di coinvolgimento delle banche nell’operazione «Mano tesa» alla Grecia. Nel rapporto della troika Ue-Bce-Fmi si suggerisce una svalutazione del 60% sui titoli ellenici, così da riportare il rapporto debito-Pil di Atene al 110%. Questa percentuale di haircut gira ormai da settimane, ed è tre volte superiore al 21% concordato in luglio. Gli istituti di credito, che aderirebbero al piano su base volontaria, hanno finora respinto ogni richiesta di appesantimento del taglio. Ma in una riunione della Cdu, la Merkel avrebbe ventilato la possibilità di obbligare i privati ad accettare una sforbiciata superiore al 21%. È una linea d’azione che pone due problemi. Il primo: le banche sarebbero costrette a ricapitalizzare in misura superiore agli 80-100 miliardi finora stimati. Il secondo: gli istituti verrebbero esposti al declassamento delle agenzie di rating.
I punti di incertezza sono quindi molti, anche se ieri le Borse hanno compiuto quasi un atto di fede sul fatto che delle decisioni saranno prese chiudendo con rialzi del 2,8% a Milano, Parigi e Madrid e del 3,5% a Francoforte. La spia delle tensioni è però ancora lo spread Btp-Bund, salito fino a 408 punti prima della discesa sotto quota 380.