Sul piede di guerra anche gli statali Sarkozy contrattacca: non cederò

da Parigi

Il bello di certe battaglie è che alla fine tutti possono cantare vittoria. Quello di ieri doveva essere lo scontro campale tra governo e sindacati a proposito di una raffica di argomenti economici e sociali. Secondo il primo ministro François Fillon, lo sciopero dei trasporti contro la riforma delle pensioni - giunto al settimo giorno consecutivo - è sempre meno popolare nell’opinione pubblica, come sentenziano due sondaggi: 6 francesi su 10 hanno una posizione critica nei confronti dei sindacati di questo settore, che paralizzano le ferrovie, gli autobus e le metropolitane. Secondo la confederazione sindacale comunista Cgt, che soffia sul fuoco delle ostilità dei ferrovieri alla riforma pensionistica, le manifestazioni di ieri - hanno incrociato le braccia anche i dipendenti pubblici - hanno visto in piazza «700mila persone nell’insieme della Francia e 70mila nella sola Parigi».
I dipendenti pubblici non ne vogliono sapere dei previsti tagli al personale e di aumenti salariali ritenuti insoddisfacenti. E ieri centiniaia di uffici postali non hanno aperto. Si sono astenuti dal lavoro anche i personali degli ospedali, degli aeroporti, delle dogane, di France Telecom. Non c’erano quotidiani in edicola. Qualche manifestante ha innalzato il cartello con la scritta: «Voglio anch’io un aumento del 140 per cento» (l’adeguamento che si è concesso Sarkozy). Sempre in agitazione gli universitari e il 29 novembre sciopereranno magistrati e avvocati.
Il fronte sindacale sbandiera i risultati di un sondaggio, in base a cui il 53 per cento dei francesi approva le rivendicazioni del personale scolastico. Proprio oggi però il braccio di ferro fra governo e sindacati potrebbe giungere a una svolta decisiva, con l’incontro fra i rappresentanti della Sncf (le ferrovie francesi), quelli dei ferrovieri e quelli del governo. Persino i tabaccai sono sul sentiero di guerra contro la legge anti-fumo nei locali pubblici. Di fronte a questo mosaico di una protesta dai mille volti (accomunata però dal desiderio dei partiti di sinistra di prendersi una rivincita contro Sarkozy dopo le elezioni della scorsa primavera) il presidente ha scandito ieri una frase inequivocabile: «Noi non cederemo!».
In questo clima Sarkozy ha chiesto che «lo spirito del negoziato prevalga su quello del confronto», facendo presente che «in una civile democrazia si termina lo sciopero prima di mettere l’economia in ginocchio». Il capo dell’Eliseo ha detto che «le riforme di cui la Francia ha bisogno sono state troppe volte rinviate e devono stavolta essere assolutamente realizzate».
A Parigi la situazione è sempre molto difficile, benché gli scioperanti della azienda autonoma del trasporto urbano siano stati ieri appena il 18 per cento. Pochi, ma estremamente decisi a impedire agli altri di lavorare e soprattutto a impedire ai metro di funzionare. Ieri sera la somma delle code attorno alla capitale francese ha nuovamente raggiunto i 300 chilometri nel senso dell’uscita.
Una novità rilevante della giornata di ieri sta nella netta spaccatura del fronte sindacale, provocata dalla coraggiosa posizione del segretario della Cfdt (una sorta di Cisl francese) François Chérèque, che si è detto d’accordo con l’idea del prolungamento della vita lavorativa dei ferrovieri, in cambio di aumenti salariali e di «scalini» nell’entrata in vigore della futura legge pensionistica. La posizione di Chérèque è in realtà molto vicina a quella di Sarkozy, che anche ieri ha ribadito: i ferrovieri devono andare in pensione con 40 anni di contributi, proprio come il resto dei lavoratori francesi.