Sul podio del Piermarini la perfezione di Boulez

Mentre Riccardo Muti riprende a Piacenza il delizioso Don Pasquale ravennate, un'operazione che pare fatta apposta per ricordare la sua inclinazione per il teatro musicale e la perfezione della sua arte “antica”(ma i Berliner non sono forse spasimanti degni? Allora perché no a una convivenza con Simon Rattle e a una relativa condivisione di podio Wiener-Berliner?) dalla Scala passa un altro grandissimo. Quel Pierre Boulez che è tutto. Ma anche altra bacchetta senza uguali, specie se sta nel suo come avviene con il Sacre stravinskijano. Dalla locandina del concerto di Natale stesa nel nome di Stravinskij scompare la pietrificata immobilità della Sinfonia di salmi. Tuttavia Chant du rossignol e Sacre du printemps (bissata a furor di popolo la Danse Sacrale) bastano a inondare il Piermarini di politonalità, magmi sonori, ostinati ritmici, arabeschi di cristallo subito trasformati in tuoni di percussioni. La filarmonica scaligera è eccellente. Boulez, che dal podio traccia disegni contenuti e severi, trasforma quelle partiture in orge vitalistiche e non ulteriormente perfettibili. I tempi del Sacre sono velocissimi, staccati da un esprit de geometrie rigoroso ma capace di accogliere tra le sue maglie ampi squarci lirici. Il pieno orchestrale e la voce prepotente degli ottoni, ma anche il delicato spunto del fagotto che apre e quello sussurrato dei flautino che chiude. Le chant du rossignol (1917) è posteriore, già filtrato dall'impressionismo francese. Tuttavia, tratto un'opera, declina il suo magico esotismo in senso molto teatrale. Mentre il Sacre (Ballets Russes, Parigi-Champs Élysées 1913) è teatro. Il balletto rivoluzionario che fece impazzire di sdegno Parigi per l'audacia della coreografia di Nijinskij e della scrittura musicale di Stravinskij intento a splancare le porte sull'avanguardia. Lo stesso titolo avrebbe poi conquistato Bruxelles, quando nel '59 Béjart, individuando se stesso, ne diede la lettura che sappiamo, meritò le residenza alla Monnaie e la fondazione del Ballet du XXème siècle. Boulez e Béjart, praticamente coetenei, entrambi massimo punto d'arrivo del XX secolo nelle rispettive discipline, si sono girati attorno. Boulez non ha mai scritto per Maurice sebbene abbia diretto per lui. Béjart ha utilizzato alcune partiture dell'amico Pierre non destinate alla danza. Citiamo Pli selon Pli, o Le marteau sans Maître, visto anche alla Scala con Maderna. Dunque un concerto che parla di danza. Mentre tutt'attorno al Natale ferve la danza vera e propria. Tocca allo Schiaccianoci, il primo titolo del cartellone 2006-7. La versione è quella di Nureyev, la più bella. Tutti i ranghi del Ballo affrontano con dignità la complessa rivisitazione coreografica. Le schiere disciplinate di bambini portano il segno della gestione Prina. La fiaba di Nureyev, esule senza patria e famiglia, evoca teatrini e cavallucci, bambole e soldatini, ussari al galoppo e una grande famiglia. Si fanno notare Marta Romagna e Riccardo Massimi. Ottima, nel ruolo di Clara, l'ospite Lisa-Maree Cullum. Superiore come sempre il Principe di Roberto Bolle. Il più importante danseur noble del momento nel mondo. Per una volta bene anche il podio, Kevin Rhodes.